venerdì , 17 agosto 2018
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Photo @ Automobile Italia, 2015, www.flickr.com

FCA e il Messico: quale futuro dopo l’elezione di Trump?

di Luigi Pellecchia

In Messico, il settore automobilistico ha avuto una grande espansione, in particolare negli ultimi 10 e nella regione del Bajio, che comprende Guanajuato, Aguascalientes, Queretaro e San Luis Potosi. Questo perché questi Stati sono favoriti da una serie di fattori, quali posizione geografica, vicinanza tra le città, manodopera altamente qualificata e reperibile a bassi costi unitari (stipendio medio di un operaio intorno ai 300 dollari) ed infine presenza di aeroporti internazionali e zone industriali dotate di tutti servizi necessari per le imprese del settore.

FIAT, FCA

La presenza di FCA in Messico risale al 1968 a Toluca, quando era ancora Gruppo FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino). Oggi è presente con ben 9 impianti di produzione e assemblaggio e rappresenta uno dei protagonisti del miracolo messicano. In particolare, nello Stato di Toluca, a pochi km dalla capitale, 3000 operai lavorano in tre fabbriche che producono la 500 L, il Dodge Journey e la Fiat Fremont. A Saltillo, nello Stato di Coahuila al confine col Texas, più di 6000 operai lavorano invece in 5 stabilimenti FCA (di cui l’ultimo inaugurato nel 2013 da Marchionne in seguito all’acquisizione della Chrysler) in cui si producono i motori Chrysler Pentastar e si assemblano pick-up e furgoni ( modello RAM). A Monclova, 500 km da Saltillo, nella filiale Messicana della Teksid di Carmagnola, 1200 operai producono invece monoblocchi e testate di motori per veicoli pesanti e commerciali, da destinarsi al mercato internazionale.

Nel 2015, inoltre, FCA Mexico, società controllata della FCA US SSL con sede a Santa Fé, ha aperto a Toluca un nuovo Centro di distribuzione ricambi che si estende su un’area di 45000 mq: si tratta di un investimento da 13 milioni di dollari in infrastrutture e logistica, dove si distribuiranno oltre 65.000 ricambi diretti sia ai clienti di FCA Mexico, sia alla rete di concessionari Mopar presenti nel Paese.

Trumponomics

La FCA produce complessivamente il 16% del totale dei veicoli prodotti nell’area NAFTA (North American Free Trade Agreement, accordo nordamericano di libero scambio fra USA, Canada e Messico entrato in vigore il 1° gennaio 1994), mentre General Motors il 19% e Ford il 17,4%. Una buona parte di questi veicoli è prodotta in Messico.

La linea politica protezionistica più volte citata dal neo-presidente degli USA Donald Trump (Trumponomics) sul settore automotive è comune al resto dell’economia: il suo tuonare contro la Ford per aver trasferito la produzione dagli USA in Messico, non è certo un buon segno anche per le altre case automobilistiche che hanno scelto di delocalizzare la propria produzione. A rischiare, ovviamente, non è solo la Ford, ma anche aziende come la FCA, Volkswagen e Audi. Inoltre, se i flussi commerciali tra Usa e Messico fossero a rischio, si comprometterebbero anche gli scambi tra i due Paesi.

Chi rischia

L’attuazione di questa politica potrebbe tradursi sia in un aumento dei dazi (fino al 35%) sui veicoli importati negli USA, sia in una rinegoziazione del trattato NAFTA. Queste eventualità, chiaramente, espongono a molti rischi i margini di guadagno delle aziende che producono in Messico, tra cui anche il mercato dell’auto.

Secondo uno studio di Mediobanca Securities, svolto considerando le società italiane quotate a piazza affari ed esposte negli USA per una quota pari o superiore al 15% dell’EBITDA (Earning Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization – utili prima degli interessi, delle imposte, del deprezzamento e degli ammortamenti, detto anche Margine Operativo Lordo), quelle che risentirebbero della politica protezionistica di Trump, nel settore automotive, sarebbero Fiat Chrysler Automobiles esposta per l’80%, Cnh Industrial per il 55%, Ferrari per il 45% e Brembo per il 30%.

Ad oggi, tuttavia, non ci sono state particolari reazioni in FCA dopo l’elezione di Trump. Marchionne si è anzi dichiarato disponibile a collaborare con l’amministrazione del neo Presidente USA, e a “gestire” quanto Trump intenderà fare. Tanto più che il primo effetto dell’elezione di Trump è stato quasi paradossale: un rafforzamento del dollaro sulle altre valute, con conseguente impulso alle importazioni dal Messico.

L' Autore - Redazione Europae

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