giovedì , 16 agosto 2018
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Fiat sempre più serba, Belgrado più europea

Se la Serbia non è ancora europea, è almeno un po’ italiana. Era il 2012 quando Fiat aprì il suo stabilimento a Kragujevac, nel centro del Paese, destinato a produrre il nuovo modello di 500 L, versione sette posti della sua cugina minore. Due anni dopo, la fabbrica sorta sulle rovine dello Zastava continua a crescere e da gennaio vanta la produzione del nuovo modello di 500L a gas, con 120-150mila esemplari entro la fine del 2014. Una perla rara, considerati gli altri membri di casa Fiat: Termini Imerese chiuso nel dicembre 2011 e numerosi impianti a rischio, come Pomigliano, Cassino, Atessa, Melfi e la stessa Mirafiori.

Oggi Fiat Automobili Srbjia (Fas) è un astro splendente dell’economia del Paese balcanico: con più di 1,2 miliardi di euro investiti e oltre 3000 lavorati impegnati, è il primo esportatore serbo. Non male per uno Stato in cui la disoccupazione è al 30% e solo a Kragujevac interessa 20mila persone, molte in cassa integrazione a 60 euro al mese.

Ma non è tutto oro quello che luccica e già prima dell’apertura, non mancavano di farsi sentire le polemiche sul contratto stipulato da Fiat con le tute blu. “Condizioni di lavoro inaccettabili e tutele minime”, ha denunciato il Consiglio anticorruzione serbo, il quale ha poi ricevuto solo una parte del contratto stipulato nel 2008 tra Fiat e Belgrado. Una mancanza giustificata da Torino con una nota sui «segreti industriali e commerciali cruciali per il successo della joint venture» impossibili da divulgare.

Un’analisi deve partire dagli ottimi motivi che spingono Fiat a decentrare la sua produzione proprio in Serbia. Si parla di stipendi più bassi – 350-400 euro al mese – anche un quinto di quelli italiani, di agevolazioni statali – 10mila euro per ogni posto di lavoro creato –, un investimento iniziale serbo di 200 milioni di euro, oltre ai 500 dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Infine, la posizione agevolata di Kragujevac: dal vicino porto di Bar in Montenegro le navi raggiungono decine di Paesi, Stati Uniti compresi.

Intanto in Serbia circola aria di cambiamento. Il neo Primo Ministro Aleksandar Vučić, leader del partito del progresso serbo (Sns), che oggi conta su una larga maggioranza, ha da subito messo sul tavolo un programma serrato: snellire la burocrazia, riformare il settore pubblico e privatizzare alcune aziende statali. Per Vučić è un momento cruciale anche in chiave europea: il Paese ha avviato il 21 gennaio il negoziato di adesione all’Unione e si aspetta dal governo italiano pieno appoggio.

Unico neo è la politica bipolare su cui si muove Belgrado, a metà tra Mosca e Bruxelles. Di mettere in discussione la storica alleanza con la Russia non se ne parla e, nonostante il governo serbo non approvi le sanzioni dovute alla crisi ucraina, non fa un passo indietro. La posizione dichiaratamente neutrale, per ora, non è certo dettata solo dall’affetto fraterno nei confronti di Mosca: il 51% della compagnia petrolifera serba è di proprietà del gigante Gazprom, così come gran parte dei rifornimenti di gas e petrolio.

Nonostante tutto il percorso verso l’Unione Europea va avanti e anche l’Alto Rappresentante, Catherine Ashton, in visita a maggio per l’elezione di Vučić, crede che entro il 2018 – 2019 la Serbia sarà inserita tra gli Stati membri. In quell’occasione Vučić ha detto di ritenere che i primi capitoli aperti saranno giustizia, diritti fondamentali, libertà e sicurezza, importanti per instaurare un autentico Stato di diritto nel Paese. Altro punto scottante è il miglioramento dei rapporti con i Paesi vicini nella regione, in particolare con Pristina.

La Fiat in ogni caso s’inserisce bene in un quadro in cui la crescita economica è tutta basata sull’incremento dell’export. Il 2013 si è chiuso in positivo per l’azienda di Mirafiori: primo esportatore della Serbia, con un valore di 1 miliardo e 282 milioni di euro.

In foto una linea di montaggio Fiat in Serbia (Foto: East Capital – www.flickr.com, 2010)

L' Autore - Redazione Europae

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