domenica , 18 febbraio 2018
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Mercati finanziari: crisi politiche e corporate bond

La volontà delle economie mondiali di affrancarsi dalla crisi e di puntare finalmente la prua verso un orizzonte più roseo, deve inevitabilmente fare i conti con un sistema in crisi dal punto di vista geopolitico e finanziario e in continua evoluzione, con importanti Paesi, come l’Argentina, che continuano ad arrancare. Non mancano gli strumenti finanziari finalizzati a cercare di smuovere l’economia da questa stagnazione, ma alcuni, come i bond d’impresa o i corporate bond, ovvero quelle obbligazioni emesse dalle imprese, presentano rischi e alcune limitazioni. Il tutto in un contesto globale di diffusa instabilità politica.

In realtà la guerra in Medio Oriente non sembra preoccupare più di tanto le piazze finanziarie mondiali avvezze a una crisi che, sostanzialmente, rimane circoscritta in quest’area martoriata e dove, ad oggi, il coinvolgimento diretto di altri Paesi sembra scongiurato. Lo confermano anche le reazioni della Borsa di Tel Aviv dove, se si eccettuano le giornate dell’inizio delle ostilità (7-8 luglio) con forti storni e realizzi, il corso azionario delle circa 600 azioni quotate è rimasto sostanzialmente inalterato, proseguendo nella sua crescita al rialzo iniziata già nel settembre 2013.

Relativamente al fronte libico, invece, l’impatto sulle economie europee e in particolare sull’Italia (presente con colossi come Eni, Snam Progetti, Edison, Tecnimont e Saipem) rimane ancora un’incognita. Resta inoltre un punto di domanda su chi stia controllando di fatto l’enorme patrimonio di riserve mondiali petrolifere, che ricordiamo essere il nono per dimensioni dietro la Russia.

A destare maggiore preoccupazione sui mercati finanziari globali è però ancora il fronte ucraino. Tornato alla ribalta dopo l’abbattimento dell’aereo malese, era stato troppo presto messo in secondo piano nonostante la triste e preoccupante conta dei morti sia in linea con quelli della striscia di Gaza. In primo piano rimangono le sanzioni al governo di Mosca e le contromosse di Putin, interventi che stanno mettendo in discussione e condizionando le relazioni tra l’economia russa e il resto del mondo, in primis l’Europa.

Nel frattempo – come non bastasse – l’Argentina va incontro a l’ennesimo default chiamato, quasi fosse un eufemismo, “selettivo”, ma che altro non è che una nuova crisi finanziaria. Questa volta sembra scongiurato l’impatto sugli investitori privati europei e americani, ancora memori del default del 2001 che vide i bond argentini liberamente negoziati nel listino delle principali banche internazionali addirittura fino a qualche giorno prima del crack. Resta invece il paradosso di un Paese che cresce con variazioni annue del PIL sempre positive dal 2007 ad oggi (addirittura +9,2% nel 2010 e +4,3% lo scorso anno) e con un surplus della bilancia commerciale in attivo da anni (quest’anno chiude con un + 3,7 miliardi di dollari americani).

Corporate bond: latita il sistema bancario

In questo scenario, i corporate bond sono alcuni gli strumenti a disposizione per sconfiggere la crisi e dare fiato all’economia partendo dal rilancio delle imprese. Di per sé lo strumento funziona, come testimoniano le numerose emissioni, soprattutto oltre oceano (circa 10 mila miliardi di dollari) ma anche nel mercato europeo (con 6 mila miliardi di dollari) e in quello, sia pur piccolo, italiano (23 miliardi di euro secondo il Sole24Ore). Successo e crescita, però, sono strettamente connesse al grado di apertura del “rubinetto” dei finanziamenti del sistema bancario, ancora nella morsa del credit crunch.

In sintesi in un panorama internazionale incerto i corporate bond rimangono una delle possibili strade per il rilancio economico, ma restano strumenti alquanto pericolosi con rischi alti e, contrariamente alla logica del mercato, con bassi rendimenti. In questo caso gli effetti sarebbero imprevedibili vista la sostanziale assenza di liquidità, di solito garantita dalle banche, che li dovrebbe sostenere. La loro pericolosità è data proprio dalla limitata presenza dell’attore bancario, imbrigliato dalle norme di “Basilea III” e da un sistema che ricorda più un cane che cerca di mordersi la coda, piuttosto che di un trampolino per balzare fuori dalla crisi.

Photo: Wikicommons

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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