martedì , 14 agosto 2018
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La costa di Dubai (Foto: Flickr)

Finanza islamica: può aiutare l’Europa ad uscire dalla crisi?

Il peso ipertrofico assunto dalla finanza rispetto all’economia reale è stata la causa principale della crisi economico-finanziaria esplosa negli Stati Uniti a partire dall’estate 2007, che in seguito è divenuta una crisi mondiale dalla quale alcune regioni del globo, tra cui l’Europa, faticano a riprendersi. Ripescando le dichiarazioni di politici ed economisti all’indomani dello scoppio della bolla della finanza creativa, si nota come tutti si dissero pronti a mettere un freno al proliferare di quella economia parallela dei derivati, che tanti profitti aveva assicurato a banche d’affari, fondi speculativi e assicurazioni. Si era concordi nel chiedere la fine di un’economia basata sulla carta, a vantaggio di una fatta di capitale e lavoro.

A quasi sette anni da quelle parole è possibile tracciare un bilancio amaro, ma realistico: poco è cambiato. Le politiche espansive della Fed americana e delle altre banche centrali hanno anzi messo in circolo una quantità di denaro che ha contribuito perfino ad aggravare la situazione. Lo stock di derivati a livello globale – si tratta di stime, visto che i derivati sono negoziati su mercati non regolamentati – ha raggiunto una cifra inimmaginabile: circa 710 trilioni di dollari a fine 2013, secondo i dati della Bank for International Settlements, 9,6 volte il PIL mondiale. Un potenziale esplosivo.

La finanza occidentale sembra aver costruito un pianeta separato, che prospera indipendentemente dal “mondo reale”. Come arginare questa deriva?  Un grande aiuto potrebbe venire proprio da dove meno ce l’aspettiamo: dal tormentato mondo islamico. La due giorni torinese del Turin Islamic Economic Forum, tenutasi il 17 e 18 novembre scorsi, è stata un’occasione preziosa per conoscere quanto di valido la cultura islamica possa offrire, a partire da una visione etica e morale della finanza che attrae sempre più consensi, anche fuori dai Paesi a maggioranza musulmana.

La finanza islamica si basa sul pilastro concettuale coranico che il denaro non genera da sé altro denaro. Esso non ha alcun valore intrinseco e deve essere utilizzato solo come un misuratore, precludendo il coinvolgimento di investimenti speculativi (“principio di Maisir”) o l’adozione e la ricezione di interesse (“principio di Ribā”). Pertanto, gli investimenti Shari’a compliant (conformi alla Shari’a) sono invece strutturati sullo scambio della proprietà dei beni o di servizi tangibili.

Negli ultimi decenni “la finanza di Allah” si è estesa a tutti i settori tradizionali: dalle banche d’investimenti già note a causa della crisi dei sub-prime (come ad esempio Goldman Sachs), che hanno iniziato ad utilizzare i bond islamici anche per ristrutturare la propria immagine esterna, alle banche commerciali tradizionali (in Inghilterra è attiva da anni la Islamic Bank of Britain, che offre il servizio di deposito in c/c sia ai musulmani che ai non-musulmani). Senza dimenticare il variegato mondo dei fondi comuni d’investimento (Islamic funds), quello delle assicurazioni (Takaful) e addirittura il mercato dei bond sovrani emessi tanto dagli Stati quanto dagli enti locali.

islam financeIl grafico a sinistra consente di apprezzare la spettacolare crescita degli asset islamici, registratasi grosso modo a partire dalla crisi finanziaria globale.

In Europa, il boom investe ancora relativamente pochi Paesi, in particolare il Regno Unito – che ha effettuato la prima emissione di bond statali islamici – e il Lussemburgo, oltre a Stati con una forte presenza di comunità islamiche immigrate (su tutte Francia e Germania) e a nazioni europee a maggioranza musulmana come Bosnia-Erzegovina o Kosovo-Metohija.

In Italia il settore deve ancora svilupparsi a pieno, nonostante un interesse crescente degli operatori della stampa e della finanza. Sembra auspicabile che il Bel Paese colga le potenzialità che possono scaturire da una maggiore presenza di prodotti finanziari islamici. In primis, sarebbe possibile attirare maggiori capitali dai Paesi del Golfo arabico, come Qatar e Bahrain, che stanno già investendo capitali nel nostro Paese. Inoltre, vi è tutto il mercato interno: circa 1,6 milioni di musulmani che vivono e lavorano stabilmente nel nostro Paese e possono essere i primi destinatari di prodotti in linea con il loro credo.

La finanza islamica, di conseguenza, può essere uno strumento utile non solo per inserire massicce dosi di etica in un mondo finanziario spesso drogato di avidità, ma anche per rilanciare gli investimenti esteri e quindi la crescita economica nel medio periodo.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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