giovedì , 22 febbraio 2018
18comix

Fiscal Compact: oltre le nebbie elettorali, ha un’utilità?

La campagna elettorale europea, che ormai volge verso il termine, ha permesso agli esponenti politici scettici o contrari all’attuale costruzione europea di schierare vari cavalli di battaglia, tra cui: il deficit democratico di Bruxelles, l’egemonia tedesca, l’euro “moneta straniera”, l’impossibilità di svalutazione dei Paesi mediterranei. In verità, tutte questioni affrontate anche nelle precedenti campagne, anche se stavolta i toni sono stati più accesi. Questo perché la crisi 2011-12 ha scavato un fossato di diffidenza tra le opinioni pubbliche nazionali schierate l’una contro l’altra a difesa dei propri interessi, ma tutte d’accordo nel rimproverare all’Europa delle responsabilità gravi sia nella fase di gestazione che nella gestione della crisi stessa.

L’eurocrisi ha portato alla ribalta non solo vecchi rancori che probabilmente verranno palesati il 26 maggio, ma anche un certo gergo economicista accompagnato da esibizioni di economisti dalle tendenze opposte – ma uniti da un alto grado di autocompiacimento – sguinzagliati in redazioni e programmi televisivi a inscenare epiche battaglie su spread, tassi d’interesse e politiche fiscali.

Una vittima di questa spettacolarizzazione dell’economia è stato il Fiscal Compact, il nuovo Patto fiscale europeo, sostituto del Patto di stabilità, che entrerà a pieno regime dal prossimo anno. Per quanto se ne sia fatto un gran parlare, è logico sospettare che ben pochi abbiano capito cosa preveda. Si tratta essenzialmente di un obbligo di pareggio di bilancio strutturale (è tollerato un disavanzo minimo dello 0,5%) a cui gli Stati aderenti si impegnano per i prossimi decenni e di un obbligo collaterale a far scendere il rapporto Debito/PIL al 60% tramite un taglio del 5% annuo dello stock di debito.

Il Fiscal Compact, preso alla lettera, sarebbe ovviamente un “colpo da ko” per le economie ad alto debito pubblico. Ci sono comunque alcuni “però” da sottolineare. Il pareggio di bilancio è invero una disposizione alquanto discutibile, dato che non c’è una consistente letteratura economica che dimostra che ad un alto disavanzo annuale corrisponda una bassa crescita. Non va però dimenticata la parola “strutturale”: il deficit va calcolato al netto dell’eventuale impatto di un ciclo economico negativo. Come noto, in un periodo di recessione il disavanzo tende ad aumentare per colpe non dipendenti dai governi, e sarebbe stato inumano pretendere i conti in pareggio in questi casi. Non bisogna poi dimenticare il rapporto deficit/PIL è appunto un rapporto, una divisione: se il PIL riparte, allora lo Stato può indebitarsi in maniera proporzionale all’aumento del PIL. Molti diranno: e cosa succede se il PIL non riparte? Una giusta domanda.

Un altro fraintendimento ricorrente concerne il rapporto debito/PIL: spesso in TV si sente dire che “il Fiscal compact” ci obbligherebbe a un taglio da 50 miliardi di euro l’anno”. In realtà, come affermato da Bini Smaghi, per coprire la quota di riduzione annua del debito “basta” crescere di un 2% l’anno circa. Una cosa che attualmente appare impossibile, ma si tenga conto che la media della crescita UE nel periodo 2001-07 era pari proprio a circa il 2%. Non bisogna poi dimenticare che il debito pubblico si può ridurre anche vendendo quote del patrimonio pubblico – non toccando quindi le spese “vive” – anche se bisogna dire che le privatizzazioni sono storicamente difficili e, se implementate male, possono portare a veri disastri sociali, oltre che alla spiacevole sensazione di stare svendendo l’argenteria per un po’ di quattrini.

Anche da questa breve ricognizione, si può notare come i punti critici nel Fiscal Compact siano non pochi, ma non per questo è giusto – come sta avvenendo – che forze politiche aderenti al PSE o al PPPE (che ai tempi votarono il trattato) ora addirittura, per convenienza elettorale, ne amplifichino gli effetti. La vera domanda che i policymaker dovrebbero affrontare è: abbiamo un piano B? Cosa accadrà al Fiscal Compact se l’inflazione rimarrà molto bassa per un lungo periodo e quindi il PIL crescerà, in media, molto poco? Le rigidità del Fiscal Compact vanno oltre le urla della campagna elettorale e sembrano abbinarsi poco a un probabile lungo periodo di bassa crescita e di necessità di forti investimenti pubblici per sostenere la domanda. Il rischio di ripetere in peggio il flop dei parametri di Maastricht, presentati al rango di tavole della legge, ma in realtà spesso disattesi, è dietro l’angolo.

Photo © Eoghan OLionnain, 2012, www.flickr.com

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

Check Also

Criptomania: ascesa e declino dei Bitcoin? 

“All’angolo ci sono un co-working e un hacking space, lì puoi prendere da bere, ma …

One comment

  1. E qual’è il problema?
    Sapendo che sarebbe stato impossibile rispettare il fiscal compact si sono inventati l’ERF.
    Facciamoci il segno della croce.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *