domenica , 25 febbraio 2018
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Gli Stati Uniti scongiurano il default, l’Europa tira un sospiro di sollievo

Non sono stati solamente moltissimi americani a tirare un sospiro di sollievo alla notizia che al Senato di Washington era stato finalmente trovato un accordo sul cosiddetto debt ceiling, ossia il tetto massimo raggiungibile per legge dal debito pubblico degli Stati Uniti. Durante i 16 giorni dello shutdown, la chiusura di tutte le attività del governo federale considerate non essenziali, iniziata il 1 ottobre, la feroce contrapposizione fra i Repubblicani presi in ostaggio dai Tea Party e i Democratici del Presidente Barack Obama è andata ben oltre la gestione del debito. In queste settimane si è giocata una battaglia che ha riguardato la struttura fiscale dello Stato e le riforme introdotte dall’amministrazione democratica, una su tutte quella sanitaria, ribattezzata ‘Obamacare’.

Il sollievo è stato percepito in tutto il mondo. Dato l’andamento claudicante della ripresa economica globale, una nuova crisi della prima economia al mondo sarebbe stata probabilmente fatale. Gli effetti di un possibile sforamento del tetto del debito da parte degli Stati Uniti sono però incerti. Tale superamento significherebbe, in parole povere, l’impossibilità per Washington di pagare i propri conti, a partire da determinati capitoli di spesa. Il rischio più grande nell’immediato, per il sistema finanziario globale, sarebbe stato costituito dal mancato pagamento di una parte degli interessi sul debito da parte degli Stati Uniti. Un default, quantomeno parziale.

Dato che i T-Bills, i titoli di Stato americano, sono utilizzati in tutto il mondo come collaterale, ossia garanzia, di transazioni finanziarie dal valore astronomico, le ripercussioni globali sarebbero state gravissime. Non che il pericolo sia cessato: l’accordo al Congresso riguarda per ora solamente un rinvio di breve termine della scadenza sul tetto del debito, fissata ora al 7 febbraio 2014. E grandi accordi che stabilizzino le finanze americane non sembrano all’orizzonte.

Benché il conforto sarà solo di breve periodo, è stata l’Europa a tirare il sospiro di sollievo più rumoroso. La situazione economica del Vecchio Continente è incerta: la ripresa economica è giunta nell’eurozona nel suo complesso, ma è ancora molto labile. Per di più, molti Paesi sono ancora in recessione, le prospettive per i prossimi mesi non sono delle migliori e anche un’economia forte come quella tedesca sta segnando il passo. Il vero rischio per l’Europa sarebbe derivato dall’instabilità finanziaria che il default americano avrebbe comportato.

Osteggiato da molti, che vi vedono un’ingerenza indebita da parte di attori non legittimati democraticamente, il rapporto fra mercati e Stati nazionali è diventato ormai evidente. Molti Stati indebitati, e non solo, dipendono dalla fiducia riposta nella loro stabilità (e solvibilità) dagli investitori, che ne sostengono la spesa pubblica. Un’improvvisa ondata di instabilità sui mercati avrebbe effetti deleteri per quei Paesi, come l’Italia, che hanno visto scendere la pressione sui propri titoli di Stato grazie alle manovre della BCE, ma che si trovano ancora sotto la lente di osservazione, a causa delle titubanze interne e la situazione economica difficile.

Come nel 2008, quando la crisi finanziaria iniziò con il fallimento della banca statunitense Lehman Brothers, evidenziando poi tutti gli squilibri del sistema finanziario globale, anche oggi una nuova crisi oltreoceano avrebbe potuto mostrare tutti i limiti della costruzione europea. Se la crisi globale ha dunque illustrato le enormi difficoltà di un’unione monetaria priva di un’unione fiscale, generando la crisi del debito scattata in Grecia, il possibile default americano ha evidenziato come la governance europea sia rimasta a metà del guado.

Non c’è alcuna certezza che l’unione bancaria attuale, ancora incompleta, sarebbe stata in grado di affrontare la crisi delle banche europee che probabilmente vi avrebbe fatto seguito. Così come molti dubitano della reale capacità di intervento dello European Stability Mechanism, il fondo ‘salva Stati’, in caso i mercati impauriti causassero un aumento degli interessi sul debito di un Paese in difficoltà: al netto degli interventi già svolti, le risorse a disposizione ammonterebbero, teoricamente, a 391 miliardi di euro, forse non abbastanza. Di fatto, il sollievo temporaneo deve spingere le cancellerie europee a fare di più: una nuova crisi finanziaria è sempre dietro l’angolo e l’Europa non pare pienamente in grado di affrontarla.

In foto Capitol Hill, sede del Congresso americano (Foto: Wikimedia Commons) 

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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