lunedì , 19 febbraio 2018
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Grecia
Il Ministro greco Yanis Varoufakis dopo l'Eurogruppo © Council of the European Union, 2015

Grecia: accordo raggiunto con l’Eurogruppo

Alla fine, dopo ben tre riunioni dell’Eurogruppo, condite da ultimatum e incomprensioni reciproche, si è giunti ad un accordo sulla Grecia: il programma di aiuti internazionali -un bail-out da circa 172 miliardi di euro, inaugurato ormai quattro anni fa –  proseguirà per altri 4 mesi. Una decisione sofferta per entrambe le parti – sia la Grecia di Tsipras che i creditori guidati dalla Germania – ma che aveva poche alternative, stante la determinazione di tutti, a partire dal 70% dei cittadini greci (secondo i sondaggi), di rimanere nell’eurozona. Una volontà, peraltro, confermata dalla corsa agli sportelli delle banche greche: un segnale che i cittadini greci, pur essendo comprensibilmente stufi di anni di politiche austere, non hanno intenzione di rinunciare alla moneta forte.

La vittoria dei creditori sulla Grecia

Si tratta di una vittoria pressoché completa delle istanze dei creditori. Non solo il governo greco si impegna a mantenere le misure già concordate dal precedente esecutivo Samaras – una decisione in netto contrasto con le promesse elettorali di Syriza – ma si aggiungono vari caveat alla libertà di movimento dei governanti greci: innanzitutto, la Grecia rimarrà sostanzialmente sotto la tutela delle istituzioni internazionali che l’hanno assistita finora, vale a dire FMI, BCE e Commissione. Anche se la parola Troika scompare dal vocabolario burocratico, di fatto tali istituzioni avranno un potere ispettivo sui conti di Atene e un potere di veto su eventuali misure giudicate eccessivamente espansive (ad esempio, l’intenzione di Tsipras di abolire la tassa sulla prima casa sarà rivista).

Inoltre, vi è stata una decisione ancor più umiliante per Atene: i fondi di sostegno al comparto bancario – circa 10,5 miliardi di euro, che il Ministro Yanis Varoufakis aveva intenzione di utilizzare ai fini di implementare il ‘piano emergenza umanitaria’ – potranno essere utilizzati solo per ricapitalizzazioni bancarie, e non per fini di spesa pubblica.

Rimane in sospeso, ma sarà sbrogliata nelle prossime ore, la questione dell’avanzo primario, vale a dire del saldo tra entrate e uscite statali (al netto della spesa per interessi su debito): i creditori vorrebbero che Atene si impegnasse perlomeno a rispettare il parametro del 3% – un vincolo davvero stringente, per di più per uno Stato con una crisi sociale conclamata – mentre il governo Tsipras vorrebbe almeno dimezzare il target. Permangono, ovviamente, gli impegni a riformare la pubblica amministrazione e a combattere seriamente l’evasione: punti su cui, del resto, c’è già un’identità di vedute tra Syriza e i creditori esteri. Bocciata, invece, qualsiasi ipotesi di ristrutturazione ordinata del debito greco: un’ipotesi da subito detestata dal durissimo Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble.

Qualche spiraglio per Atene

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, ci sono comunque degli elementi positivi: in primis il fatto che si sia arrivati ad un accordo, seppur temporalmente limitato, mitiga il rischio di dover imporre controlli ai movimenti di capitali, quindi la crisi greca si allontana un po’ dal paventato caos cipriota. Vi è poi la promessa, al termine dei 4 mesi, di iniziare ad elaborare un nuovo piano che tenga conto delle mutate condizioni politiche, anche se la durezza dei tedeschi e dei loro alleati centro-europei e baltici di certo non fa presupporre sconvolgimenti rivoluzionari. Alexis Tsipras è stato riconosciuto come un partner internazionale affidabile, e le Cassandre che parlavano di un disastro annunciato sono state smentite.

Tuttavia, la sostanziale sconfitta nel negoziato europeo avrà sicuramente degli effetti: i greci, ma anche gli altri Paesi europei indebitati, si sono resi conto che per mantenere l’euro non possono dismettere – se non in termini concordati sino all’ultimo codicillo – le politiche d’austerity. La Germania ha fatto capire di essere disposta, in ultima analisi, ad accettare anche un’uscita dall’euro pur di mantenere saldi i principi del rigore. È tutto da dimostrare che, sul lungo periodo, questo atteggiamento possa favorire la tenuta del progetto europeo.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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