sabato , 24 febbraio 2018
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Alexis Tsipras alla Bundespresskonferenz nel 2012 - © Die Linke Flickr 2012

Grecia ed euro, il bluff di Tsipras

Atene, estate 2011: schiacciato da interessi al 55% sul debito pubblico e da uno spread oltre i 2300 punti, il governo Papandreu era già con un piede nel baratro. Di lì a poco la troika avrebbe iniziato le sue missioni ad Atene. L’ultima si chiuderà a fine gennaio, con la revisione del quinto pacchetto di aiuti forniti da UE e FMI, per un totale di 219 miliardi a sostegno del debito greco, rimasto al 175% del PIL malgrado la ristrutturazione operata nel 2012. Sette anni di recessione e di riforme strutturali hanno mutato i connotati del sistema economico greco, con un settore pubblico “dimagrito” di ben 267,095 unità tra 2009 e 2013, e il breve giubilo per il ritorno alla crescita nel terzo trimestre 2014 si è subito infranto sulla nomina del nuovo Presidente della Repubblica. Alexis Tsipras e il suo partito Syriza, su cui il popolo greco e la sinistra in Europa puntano per abbattere le politiche di austerità, dominano nei sondaggi flirtando maliziosamente con lo spauracchio della Grexit, l’uscita del Paese dall’euro. 

Gli scenari seguenti il ritorno alla dracma sono piuttosto consolidati in letteratura: fuga di capitali almeno sino all’imposizione di controlli sugli stessi, ritorno alla moneta nazionale e conseguente svalutazione, miglioramento della competitività delle esportazioni a fronte di crescita dell’inflazione, perdita di potere d’acquisto dei salari e rincaro delle importazioni. Una dracma svalutata aumenterebbe il costo del debito, denominato in euro, rendendone quasi inevitabile il ripudio. Da qui la perdita di credibilità internazionale e accesso ai canali del credito anche se il peso del default sui cittadini risulterebbe alleviato dal fatto che solo un quarto dell’indebitamento netto sia in capo a privati.

Eppure questo scenario non è più così ineluttabile. Nel 2011 l’Unione Europea fronteggiava per la prima volta il rischio di perdere un suo membro e si scoprì inerme di fronte alle crisi finanziarie. L’evoluzione dei meccanismi di stabilità temporanei (EFSF ed ESM) in uno strumento di vigilanza ed risoluzione di crisi permanente, l’unione bancaria, combinato con requisiti macroprudenziali più stringenti fornisce ora uno scudo solido alle economie europee.

La BCE, inoltre, si è spinta al limite del suo mandato, con operazioni non convenzionali (LTRO e OMT) di immissione di liquidità e acquisto di titoli, portandosi ormai in zona quantitative easing stante l’acclarato stato di deflazione nell’UE. Una misura che potrebbe già essere annunciata il 22 gennaio dal consiglio direttivo, gettando acqua sulla miccia delle elezioni greche di domenica 25. L’acquisto di titoli sul mercato primario allevierebbe infatti il peso degli interessi sul debito, tornati sopra il 10% per i bond decennali. Aumenti che, sul mercato secondario, hanno molto a che fare con la speculazione: Morgan Stanley ritiene infatti ancora conveniente un investimento in titoli a dieci anni, mentre i tassi al 13% sui triennali segnalano maggior rischio a breve termine. Sul mercato primario, rileva invece uno studio di Ubs, la Grecia può rifinanziarsi ad un tasso effettivo del 2,5% con una maturità media di 18 anni, potendo affrontare con relativa tranquillità il rimborso dei 22 miliardi in scadenza tra luglio e ottobre prossimi.

Ai capitali BCE andrebbero comunque aggiunti i possibili investimenti in leva BEI proposti da Juncker e i 15,85 miliardi di fondi strutturali assegnati per il 2014-2020: una buona stampella per il programma di Syriza, sinora concentrato più sul ripristino della spesa sociale che sul rilancio produttivo, con l’industria che nel 2013 ha prodotto valore aggiunto solo per il 13,8% del PIL (24,3% la media UE).

Davvero lo Tsipras di governo (se eletto) rinuncerebbe a tutto questo? Difficile voglia imitare l’Argentina, le cui misure populistiche non hanno frenato inflazione a doppia cifra e recessione, proprio ora che la Grecia è tornata in avanzo primario e crescita positiva. Il caso argentino racconta poi di controversie legali e rivalse dei creditori mentre l’isolamento creditizio produrrebbe effetti molti simili a quanto accaduto recentemente alla Russia ed al rublo.

La stessa Angela Merkel, spauracchio degli elettori greci, apparentemente non contraria alla perdita di Atene, ha probabilmente compreso che solo una Grecia dal governo forte – sì, un governo Tsipras – può diventare interlocutore affidabile. Se minacciare la Grexit aiuterà Syriza a raggiungere la maggioranza assoluta, per l’Europa è l’ora di un bagno di Realpolitik.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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