mercoledì , 21 febbraio 2018
18comix
Stretta di mano fra il ministro spagnolo De Guindos e il greco Varoufakis @ European Council - 2015

Grecia, Spagna, Italia: inadatte all’euro?

Per quanto i politici italiani e spagnoli si affrettino nel negarlo, è indubbio che vi siano grandi somiglianze tra la Grecia e gli altri membri del Club Med – vale a dire i Paesi della “periferia sud” dell’eurozona. In primis, questi Paesi vi sono entrati con delle condizioni storiche e macro-economiche tutto sommato similari: sono Paesi con storie politiche turbolente, in cui le componenti socialiste e nazionaliste hanno avuto un forte impatto sui sistemi politici e sulle carte costituzionali, dotati di una cultura di tipo mediterraneo in cui storicamente l’efficienza della pubblica amministrazione non è stata al top delle preoccupazioni dei legislatori e dei comuni cittadini. Di conseguenza, le loro economie hanno fatto uso disinvolto della leva costituita dalla spesa pubblica e dal debito (con l’eccezione parziale della Spagna, che prima della crisi aveva un debito pubblico molto ridotto) in presenza di una moneta sovrana a cambio flessibile – oppure oscillante all’interno di una banda fissa prestabilita.

Di solito, gran parte degli economisti sono tentati dalla carta del moralismo: questi Paesi sono stati poco propensi a dotarsi di meccanismi di mercato, hanno preferito piuttosto aumentare la spesa pubblica e il deficit associato, e quindi non sono nelle condizioni di negoziare e nemmeno – almeno nel caso greco – di avere una sovranità politica. Nella visione tecnocratica, l’euro, prima di una moneta unica, è stato uno strumento di normalizzazione e di redenzione dopo anni di sbornia.

Questa è certamente una visione che ha un suo fascino, specie presso un pubblico poco addentro alle questioni economiche o che ama sentirsi dire che uno squilibrio nasce sempre da comportamenti “immorali”. Tuttavia, non è una narrazione esatta per vari motivi: ignora, appunto, la storia travagliata di questi Paesi, che sono entrati repentinamente nella modernità e, di conseguenza,  al fine di creare benessere diffuso in tempi brevi hanno dovuto usare il settore pubblico come “valvola di sfogo” per creare occupazione.

Sarebbe poi comico accusare questi Paesi di essersi indebitati troppo senza contemporaneamente accertare il fatto che ci sono stati anche dei creditori irresponsabili – come ad esempio molte banche tedesche – che hanno inondato di euro le inefficienti economie greche e spagnole, alimentando l’esplosione del debito pubblico e del debito privato. In terzo luogo, le politiche austere sarebbero state credibili se fossero state richieste e implementare a partire dal 1999 (anno dell’effettiva nascita dell’euro), e non dopo lo scoppio della crisi globale. Aver implementato le politiche d’austerità in tempi di recessione è stato un errore macroscopico, foriero di disoccupazione alle stelle e di (per ora) moderata deflazione.

Vi è infine un difetto strutturale di enormi proporzioni: l’eurozona non ha vie d’uscita, non c’è un processo chiaro che permetta a uno Stato membro di imboccare un’onorevole abbandono della scena. Per scoraggiare colpi di testa, si usa uno stratagemma intimidatorio: un Paese in default tecnico che dovesse o volesse uscire dall’euro, sarebbe obbligato subito a farsi espellere dall’UE. E’ evidente che così non funziona: l’euro è come un bellissimo edificio attraente e riccamente decorato, ma che non presenta nemmeno un’uscita di sicurezza. Il vulnus scaturito dalla mancanza di una procedura chiara di uscita dall’eurozona provoca un paradosso: quando un Paese è nelle condizioni di non pagare il proprio debito cumulato, e si trova in uno stato di bancarotta parziale, esso rischia di dover uscire dall’unione confederale.

Con il senno di poi, si può dire tranquillamente che l’ingresso affrettato nell’euro di alcune economie mediterranee – Grecia e Portogallo in primis, ma anche Spagna e Italia – sia stato un errore: questi Paesi non erano pronti, e probabilmente non sono adatti, a un sistema monetario a guida tedesca basato su bassa inflazione, controllo “militare” della spesa e indipendenza della Banca centrale. Tuttavia, come ha detto il Ministro greco Yanis Varoufakis, l’euro è come un transatlantico in fiamme, che si trova a più di metà del viaggio, diretto verso l’America: è molto più facile ormai cercare di raggiungere la costa che tornare indietro.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

Check Also

Criptomania: ascesa e declino dei Bitcoin? 

“All’angolo ci sono un co-working e un hacking space, lì puoi prendere da bere, ma …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *