giovedì , 16 agosto 2018
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Grecia: torna la crescita, ma rimane la Troika

Nel terzo trimestre 2014 la Grecia è stata il top performer dell’eurozona, con una crescita congiunturale dello 0,7%, che le ha permesso di piazzarsi davanti alla Francia e alla Germania e di battere di gran lunga altri Paesi mediterranei in difficoltà come l’Italia o Cipro (questi ultimi due Paesi hanno fatto registrare l’ennesima recessione e non appare all’orizzonte nessuna novità politica in grado di cambiare le cose).

La ragione consiglierebbe, tuttavia, di non lasciarsi andare a facili entusiasmi. I dati macroeconomici dell’Ellade continuano ad essere agghiaccianti: il rischio che ci vogliano almeno due generazioni per recuperare la disoccupazione accumulata in sette anni di dura recessione  è altissimo. Peraltro, non è affatto detto che questo recupero mai avverrà: una crescente quota di economisti si è convinta che, e in particolare i Paesi periferici oggetto di misure di austerity, si siano stabilizzati su un equilibrio di bassa inflazione, bassa o moderata crescita del PIL, alta disoccupazione e altissima inoccupazione giovanile.

È superfluo sottolineare come un tale tipo di equilibrio sia in realtà un dis-equilibrio, poiché è impensabile ritenere che possa reggere a lungo senza mettere a rischio la sopravvivenza dell’euro. Rallegrarsi perché il PIL cresce dello ‘zero virgola’, in un contesto come quello greco, dove la mortalità infantile in pochi anni è cresciuta di circa il 50%, è un po’ come esultare perché la propria squadra segna un gol dopo averne subiti sei o sette.

Non bisogna dimenticare che la Grecia è un Paese sotto tutela: gli ispettori della Troika, proprio in questi giorni, stanno facendo sentire il loro fiato sul collo come non mai. Sul tappeto c’è, ancora una volta, una “lenzuolata” di misure di austerity: si va dalla richiesta di portare l’età pensionabile a 65 anni per tutti ai licenziamenti nel settore pubblico, dai nuovi tagli di spesa (causati da un presunto buco di bilancio di 2,6 mld che gli ispettori avrebbero riscontrato) alla volontà di rendere più facile l’acquisizione per le banche della prima casa se il proprietario non paga il mutuo da parecchi mesi, agendo inoltre con più incisività sul fronte dei pignoramenti ai morosi.

Come si può spiegare un atteggiamento così duro verso un Paese debitore che ha fatto così tanti sacrifici e che sta pure registrando – seppur voglia dire poco – un segno più davanti al Prodotto interno lordo? L’atteggiamento della Troika, in tutte le fasi del dramma iniziato nel 2010, è stato quasi sempre rigido, duro, indisponente: un caso su tutti, l’incredibile chiusura, con annessi licenziamenti, imposta al canale pubblico greco che tanto scalpore fece nel mondo (ora il canale ha ripreso a trasmettere online grazie alle liquidazioni dei dipendenti e ad aiuti privati).

Non esiste al mondo un motivo razionale per cui un comitato di creditori debba comportarsi in tale maniera, se non si contempla la possibilità che la Troika voglia “dare una lezione” ai greci, a prescindere dagli effetti potenziali che tali misure avranno. Rendere facile la pignorabilità della casa permetterà alle banche di raccattare dei denari più agevolmente, ma qual è il messaggio che arriverà alla popolazione comune? Più o meno questo: che i politici nazionali sono burattini nelle mani dei creditori internazionali, che la Grecia non ha più una sola possibilità di decidere del suo futuro. Non bisogna stupirsi se poi Alba dorata, nonostante le inchieste e i pestaggi, mantenga un discreto consenso: le politiche della Troika sono miopi e generano un esteso malessere.

L’insoddisfazione generale premia ancora Syriza di Alexis Tsipras: la forza socialista prima nei sondaggi e vista come uno spettro dai creditori. In caso di vittoria alle elezioni politiche, che teoricamente sarebbero previste nel 2016, ma data la situazione precaria potrebbero tenersi la prossima primavera, il giovane alfiere della sinistra greca vuole convocare una conferenza internazionale per ridiscutere tempi e modalità di pagamento dell’ingente debito pubblico ellenico, che ha raggiunto il 170% in rapporto al PIL ed è agitato come causa primaria di ogni taglio sociale. Gran parte dei greci sembra stufa di sentire la cantilena dei sacrifici per tagliare il debito pubblico, che da anni aumenta invece di diminuire (nonostante, o forse a causa, dell’austerità), e i prossimi mesi ad Atene potrebbero davvero essere decisivi per il futuro dell’eurozona.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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