lunedì , 19 febbraio 2018
18comix
Tsipras durante il suo incontro con Juncker © European Commission, 2015

Grecia: Tsipras alle prese con creditori irremovibili

La trattativa tra la Grecia di Alexis Tsipras e i creditori internazionali somiglia molto a un viaggio su una statale che si inerpica tra le montagne: nonostante il rischio incombente, molto difficilmente non si prova un’eccitazione adolescenziale: sia Tsipras che i creditori  sanno di guidare sull’orlo di un baratro, eppure mordono il freno all’ultimo secondo.

Tuttavia, è giusto ripartire le responsabilità in maniera congrua: se i negoziati si trovano in stand-by e l’accordo sembra lontano, gran parte della responsabilità è a carico dei creditori. Dalle elezioni del 25 gennaio scorso è scaturita una sonora bocciatura delle politiche di austerità, che – è giusto ricordare le cifre del disastro – hanno contribuito a creare un paesaggio sociale in cui circa 600.000 bambini hanno serie difficoltà a fare pranzo e cena, e quasi 1 greco su 3 non lavora (e molti di quelli che lavorano permangono nella fascia di povertà).

La reazione dei creditori dopo la vittoria di Tsipras

L’atteggiamento delle istituzioni internazionali, a fronte di un Paese che ha votato massicciamente contro l’austerity, premiando addirittura i neonazisti di Alba Dorata, è stato di miope durezza. Tale rigidità aveva varie motivazioni: i tedeschi, essendo i fautori dei “bilanci in ordine” e della credibilità derivante dal surplus di bilancio, sono in prima linea nel cannoneggiare – metaforicamente – le postazioni ribelli dell’estroso Ministro greco Yanis Varoufakis. Gli spagnoli e i portoghesi si sono accodati al volere tedesco, anche perché non possono tollerare che alla Grecia siano riservati sconti sul debito che in precedenza furono negati alle cancellerie di Madrid e Lisbona.

L’Italia e la Francia, due Paesi che con il loro peso geografico e politico avrebbero potuto controbilanciare le posizioni filo-austere, sono rimaste attendiste, timorose che un loro appoggio a Tsipras potesse favorire i rispettivi competitor afferenti al fronte euro-scettico o euro-critico. Solo il Presidente americano Obama, più o meno inascoltato, ha continuato a puntualizzare che spremere un Paese alla deriva non pare strategia da cervelloni.

Dopo il rinvio, i negoziati fra Grecia e creditori

Logica conseguenza: una Grecia semi-isolata, guardata con sospetto e spinta tra le braccia della Russia, che peraltro ha già concluso un importante accordo militare con il vicino Cipro. Eppure, non si può dire che il governo Tsipras non abbia cercato di avvicinare le parti: Syriza ha praticamente rinunciato da subito alla ristrutturazione del debito pubblico, che pure era uno dei punti qualificanti del programma di Salonicco con cui ha vinto le elezioni.

Non è bastato: dopo l’accordo per l’estensione del programma di aiuti fino ad aprile, ottenuto il 24 febbraio scorso, i negoziati per l’ultima tranche di prestiti – a cui è vincolata anche l’approvazione del piano di aiuti -si sono incagliati: Varoufakis ha presentato un piano comprendente una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e una ristrutturazione complessiva della pubblica amministrazione.

I creditori, tuttavia, vogliono che siano portate avanti le privatizzazioni e pretendono un rinnovato impegno  a rispettare un vincolo di bilancio strettissimo (3 punti di PIL di avanzo primario, ossia al netto degli interessi). L’accettazione di questi ulteriori paletti sarebbe non solo economicamente discutibile, ma anche politicamente dannosa – per Alba Dorata, ad esempio, sarebbe un gioco da ragazzi accusare Tsipras di “essersi venduto al capitale”.

I debiti di guerra della Germania

La riottosità dei creditori ha spinto il governo greco a rispolverare una richiesta scottante: far pagare alla Germania le riparazioni per i danni di guerra inflitti durante la Seconda guerra  mondiale. Una cifra incerta, tutta da definire, ma che si avvicinerebbe a 300 miliardi di euro. Una somma che, paradossalmente, coinciderebbe quasi con l’ammontare del debito pubblico ellenico. Il Ministro della Giustizia Nikos Paraskevoupolos ha perfino minacciato, in caso di diniego tedesco, di potersi rivalere sulle sedi locali del Goethe Institut e di altre proprietà immobiliari tedesche. Insomma: le riparazioni sono una minaccia da sventolare di fronte ad un’opinione pubblica greca inferocita dalla durezza dei creditori guidati dai “falchi” di Berlino.

La questione è quindi non più, banalmente, se Atene uscirà o meno dall’eurozona, ma se sia ancora possibile una condotta assennata, e non estremistica, nella gestione dei debiti pubblici che pesano su alcune economie europee. Se questo non fosse possibile, non solo l’euro sarebbe a rischio, ma in forse sarebbe anche l’attuale equilibrio geopolitico nato dopo il 1945.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

Check Also

Criptomania: ascesa e declino dei Bitcoin? 

“All’angolo ci sono un co-working e un hacking space, lì puoi prendere da bere, ma …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *