martedì , 14 agosto 2018
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Il G20 prova a smentire le ipotesi di guerra valutaria

Il meeting dei Ministri delle Finanze del G20, svoltosi a Mosca il 15-16 febbraio, sembra essere stato animato dalla volontà di rassicurare i mercati e le opinioni pubbliche internazionali della ritrovata stabilità finanziaria e dell’infondatezza delle voci ricorrenti circa una guerra valutaria circolate nelle ultime settimane. In tal senso, l’incontro fra i ministri e i banchieri centrali dei venti Paesi economicamente più avanzati non sembra aver prodotto un risultato particolarmente sorprendente. Le pressioni di Paesi come la Francia a favore di un più decisa presa di posizione sulle politiche monetarie messe in atto da alcuni cruciali attori globali, come Stati Uniti e Giappone, sono rimaste per ora inascoltate.

781208314Il comunicato finale del meeting ha sottolineato con forza la volontà di evitare una guerra valutaria che coinvolga le principali economie. Le parole utilizzate dal comunicato sono nette: i venti Paesi si impegnano a evitare pratiche come la svalutazione competitiva e a non modificare i tassi d’interesse per scopi competitivi, resistendo a ogni tentazione protezionistica. Questa forte affermazione, insieme alla denuncia dell’eccessiva volatilità dei flussi finanziari, è interpretabile come una rassicurazione verso governi e investitori privati, che a fronte di un andamento ancora incerto dell’economia globale sperano in un contesto più stabile e, soprattutto, non alterato da qualsiasi ipotesi di guerra valutaria.

L’Europa si trova tuttora al centro di tali riflessioni. Da più parti infatti era attesa una risposta da par te dell’Unione Europea dopo le decisioni del nuovo governo giapponese guidato da Shinzo Abe, che ha fatto delle pressioni sulla Banca del Giappone per una politica monetaria espansiva una delle linee principali della sua agenda politica. Anche a seguito delle politiche espansive poste in essere negli ultimi anni dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, l’euro si è apprezzato in misura significativa, preoccupando i Paesi periferici dell’Eurozona, ma anche la Francia, che non si trova nella stessa condizione critica di Grecia, Spagna e Italia, ma che soffre di una perdita di competitività importante rispetto, ad esempio, alla Germania. Questa complessa situazione avrebbe spinto François Hollande a spingere sulla Banca Centrale Europea, affinché questa agisse per ridurre la pressione sull’euro. Il Presidente francese ha pronunciato parole di monito contro l’euro forte anche durante il suo intervento alla plenaria del Parlamento Europeo.

781207643 (1)Il timore che il G20 ha voluto fugare definitivamente è che tali pressioni si trasformino in qualcosa di più rischioso, una politica espansiva della Banca Centrale Europea che, potenzialmente, avrebbe potuto dare inizio a una pericolosa guerra valutaria, destabilizzando ulteriormente mercati e governi. I risultati del G20 non devono sorprendere eccessivamente. La posizione espressa è particolarmente forte, ma non costituisce una deviazione significativa rispetto alle affermazioni del Direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, e del Presidente della BCE, Mario Draghi, che avevano già ammonito contro i rischi della corsa alla svalutazione.

In particolare, Draghi ha ricordato che la manovra del tasso di cambio non rientra fra gli obiettivi di politica monetaria della BCE. Il risultato del G20 dovrebbe quindi smorzare le tensioni sorte anche all’interno della stessa UE dopo le esternazioni francesi, a cui aveva fatto seguito lo scontato “nein” tedesco. La stessa Germania, tuttavia, non è stata immune da alcuni richiami durante i lavori. Soprattutto potenze emergenti come il Brasile ma anche la Cina hanno spronato Berlino a sostenere la propria domanda interna per riequilibrare i rapporti commerciali internazionali. Anche i richiami alle maggiori potenze esportatrici non sembrano un contributo innovativo da parte del G20, che di fatto ha ribadito richieste che circolano ormai da anni negli ambienti internazionali.

Le ultime raccomandazioni del comunicato sintetizzano al meglio i diversi interessi che si sono incontrati a Mosca. Da un lato, il richiamo a un impegno europeo per un’Unione economica e monetaria più solida non è stato condiviso solo da attori europei come la Germania, ma anche dagli interlocutori esterni all’UE, come gli Stati Uniti, il Brasile e la Cina, che individuano da tempo nell’instabilità dell’Eurozona uno dei rischi maggiori alla crescita globale. Dall’altro, l’invito a risolvere «le incertezze sulla situazione fiscale in Giappone e negli Stati Uniti» sembra essere gradito in particolare a governi, come quello francese, particolarmente nervosi per le politiche economiche e monetarie di questi due Paesi. Il meeting di Mosca sembra quindi aver affermato quello che i mercati avevano bisogno di sentire: un messaggio contro ogni tentativo di destabilizzazione della fragile economia mondiale. Una conclusione forse non così rivoluzionaria, ma comunque condivisa in una sede sempre più significativa come il G20. Un risultato, dunque.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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