domenica , 18 febbraio 2018
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In Europa non c’è dialogo fra il sistema educativo e le imprese

Chi è pazzo può ed essere esentato dalle missioni di volo. Ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo. E’ il comma 22, articolo del codice militare americano: paradossale e finto. Deriva dal romanzo ‘Comma 22’ (titolo originale, ‘Catch 22’), in cui l’americano Joseph Heller si diverte a prendere in giro le assurdità dell’amministrazione militare statunitense. Il rapporto McKinsey sul rapporto tra educazione e occupazione in Europa utilizza proprio questo comma come esempio della situazione in cui si trovano molti giovani europei: non sono riusciti a sviluppare le competenze richieste per trovare lavoro e quindi non riescono ad accumulare esperienza lavorativa, indispensabile per sviluppare le suddette competenze.

Il rapporto Mc Kinsey “Education to employment. Getting Europeans youth to work” è stato presentato lunedì 13 gennaio presso il think tank Bruegel, a Bruxelles. Rispetto ai molti interventi giù usciti sul tema, tenta di affrontare la disoccupazione giovanile in maniera diversa e più originale. La disoccupazione dei giovani si è acuita dopo la crisi, fino ad arrivare a livelli molto allarmanti (intorno al 40% in Spagna, oltre il 30% in Italia), producendo un generale allarme in Europa ed a Bruxelles, dove Commissione e Parlamento hanno cercato di intervenire con gli scarsi mezzi a loro disposizione, dando vita al progetto della Youth Guarantee.

Il report McKinsey affronta la disoccupazione da un altro punto di vista. Invece di analizzare il lato della domanda, e dunque il mercato del lavoro che non assume o assume sempre di meno, come conseguenza della crisi, il rapporto parte dai dati sull’occupazione tra i giovani prima della crisi, indice di un problema diverso e più profondo. Gli analisti McKinsey si sono chiesti quale sia la relazione tra giovani, sistema educativo, datori di lavoro, coinvolgendo soggetti di tutte e tre le categorie nella loro indagine.

Per iniziare: il lavoro, in qualche misura, c’è. Ma le imprese che si trovano in condizioni di assumere faticano spesso a trovare giovani con le competenze adeguate al tipo di lavoro offerto. Per cui ci sono oggi in Europa giovani che cercano lavoro e lavoratori che cercano personale, ma le competenze dei primi non soddisfano le esigenze dei secondi. Questo problema preesisteva rispetto alla crisi ed è solo stato aggravato dalla recessione. Un dato solo rende l’idea: nel Regno Unito il 18% degli imprenditori ritiene la mancanza di competenze appropriate nei giovani un problema per gli affari. In Italia la percentuale è del 47%, in assoluto la più alta tra i Paesi considerati.

Una spiegazione per questo risultato c’è ed è semplice: secondo la ricerca, le imprese maggiormente insoddisfatte dai neoassunti sono le piccole e medie imprese, che sono anche quelle con minori possibilità di investire tempo e denaro nella formazione del personale. Ma le piccole e medie imprese sono il 39% del totale nel Regno Unito, contro il 69% in Italia. Il dato più rilevante è probabilmente un altro: la diversa percezione di questo fenomeno tra i soggetti considerati. Il 35% dei datori di lavoro e il 38% dei giovani ritiene che i neolaureati siano adeguatamente preparati per il mondo del lavoro.

La percentuale è piuttosto bassa: ma tra gli educatori (sistema scolastico e universitario) sale al 74%. La grande maggioranza dei professori contattati ha ritenuto la preparazione fornita agli studenti molto adeguata. Un dato che non ha alcun riscontro nel mondo reale e che dimostra come tra educatori e mondo del lavoro non ci sia né dialogo, né confronto. Emerge dunque una grave mancanza di informazioni fornite agli studenti scambiate tra professori e imprenditori: il dialogo non c’è, o è infruttuoso.

La generazione descritta da McKinsey è quella dei millenials: la generazione me – me – me, come l’ha definita Time in una copertina dell’anno scorso subito diventata famosa. Giovani pigri, narcisi ed egoisti, che ancora vivono con i loro genitori. Rovinati da un’eccessiva idea di sé e destinati a essere meno felici dei celebri baby boomers perché troppo pieni di aspettative. Che in parte è vero. Come è anche vero che il sistema educativo europeo qualche problema ce l’ha, e sarebbe ora di occuparsene.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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