giovedì , 16 agosto 2018
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ISTAT: crolla l’inflazione in Italia

L’Italia non sta attraversando un periodo semplice, di nuovo. L’instabilità politica degli ultimi giorni ha subito innescato la reazione dei mercati finanziari, oltre che i timori delle istituzioni europee. Lo spread fra i BTP italiani e il Bund decennale tedesco è infatti tornato oggi sopra quota 280, riflettendo le preoccupazioni degli investitori sul futuro del Paese. Nella giornata di oggi sono giunte in più nuove notizie allarmanti dall’ISTAT, che certificano come il Belpaese sia ben lungi dall’uscita della crisi economica.

Il tasso di inflazione su base annua a settembre è crollato a + 0,9%, contro il + 1,2% di agosto. Si tratta del dato più basso da novembre 2009. Secondo le analisi dell’istituto di statistica nazionale, questa flessione così netta è dovuta in larga parte all’andamento dei prezzi dei beni energetici, il cui aumento è stato molto meno marcato rispetto a quello di un anno fa, provocando così il crollo dell’indice generale di inflazione odierno. Al netto di questi beni infatti, si legge in un comunicato dell’ISTAT, l’indice di inflazione sarebbe rimasto stazionario rispetto al mese precedente. Un segnale che indica forse come non ci sia troppo da preoccuparsi per questo crollo improvviso.

Eppure, basterebbe un confronto con i dati europei per soffermarsi con più attenzione sulla situazione italiana. Secondo le stime di Eurostat infatti, l’inflazione dell’eurozona si attesta a +1,1% su base annua. Il primo aspetto degno di nota è costituito dall’innegabile rallentamento dell’inflazione a livello europeo: ad agosto infatti i prezzi erano cresciuto dell’1,3%. In secondo luogo, il rallentamento europeo è comunque più contenuto di quello italiano, un ulteriore indice di come il Paese sia in grande difficoltà nel suo tentativo di agganciare la già flebile ripresa economica a livello europeo.

In ogni caso, il tasso di inflazione registrato nel corso del 2013 in Italia e in Europa è ben lontano dalla soglia del 2%, il punto in cui la Banca Centrale Europea dovrebbe intervenire con misure volte a limitare l’aumento dei prezzi. Ed è proprio questa lontananza dal 2% a spingere molti commentatori a chiedere che la BCE ‘faccia di più’, ossia allarghi ulteriormente i cordoni della borsa, tramite misure di politica monetaria ancora più decise.

Eppure, la BCE guidata dal Presidente Mario Draghi da anni mantiene i tassi vicino allo zero, nel tentativo di dare ossigeno a un’economia europea in profonda crisi economica. E la stessa BCE è stata bersaglio di aspre critiche, soprattutto da settori vicini alla Bundesbank tedesca, nel momento in cui Draghi si è dichiarato “pronto a tutto” per aiutare quei Paesi sotto attacco della speculazione finanziaria. Una mossa, quella di Draghi, che ha permesso a Stati membri come Spagna e Italia di godere di un ribasso della pressione sui propri titoli di Stato negli ultimi due anni. Ribasso che pare tuttavia aver fatto dimenticare a molti politici nostrani la fase critica in cui il Paese si trova, permettendo mesi di sterili negoziati post-elettorali in primavera e i ribaltoni degli ultimi giorni.

Dati sull’inflazione così significativi riapriranno certamente il dibattito sul ruolo della BCE, che potrebbe essere chiamata a un ruolo più incisivo di quello rivestito attualmente, già dal direttivo di giovedì. La crisi economica perdurante e l’andamento inflazionistico sembrano però quasi suggerire che la politica monetaria non sia riuscita sinora a raggiungere gli obiettivi prefissati. Questo è accaduto nonostante la BCE abbia iniziato a fare ricorso anche ai cosiddetti ‘metodi non convenzionali’ di politica monetaria, sperimentati con maggior successo dalla Federal Reserve americana e dalla banca centrale britannica.

Fra questi figura la forward guidance, ossia il tentativo di segnalare più chiaramente le future mosse di politica monetaria, in modo da generare chiarezza e prevedibilità per investitori e operatori economici. La FED ha fatto ampio uso di questo strumento, annunciando a dicembre 2012 che i tassi sarebbero rimasti a livelli minimi fino a quando la disoccupazione non avesse raggiunto il 6,5%. La BCE, che ha un mandato differente dalla FED, non può ovviamente porsi obiettivi occupazionali, ma Draghi ha iniziato a utilizzare uno strumento simile nel corso della scorsa estate, come vi abbiamo descritto nei mesi scorsi, cercando di chiarire con i suoi interventi pubblici le scelte dell’istituto di Francoforte.

Nonostante questi sforzi, l’economia, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale come l’Italia, continua a stentare e i dati odierni allontanano la BCE da ogni rischio di inflazione eccessiva, sopra il 2%. È probabile che presto si alzeranno nuovi inviti a fare di più. O forse ci penserà l’aumento dell’IVA che scatta domani a riportare l’inflazione a livelli più alti.

In foto, altoforno ILVA dismesso a Cornigliano (Genova). (© Alessio Sbarbaro)

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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