martedì , 20 febbraio 2018
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Italia: il nuovo calcolo del PIL rimanda la manovra

“Manovra sì”, “manovra no”. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan continua a sostenere che no, la manovra a ottobre non si farà. Il problema è che tutta la programmazione economica e finanziaria dello Stato è stata settata tenendo conto di un PIL in crescita, quest’anno, dello 0,8%. Dopo lo sconfortante dato del -0,1% del primo trimestre, mercoledì 6 agosto l’Istat svelerà i dati del secondo trimestre di quest’anno. Si prevede un dato variabile tra il -0,1% e il +0,3%, anche se i dati a supporto di una prospettiva di crescita o di una nuova recessione sono troppo contrastanti. Se il mercato del lavoro pare essersi risvegliato a giugno, con un tasso di disoccupazione sceso dal 12,6% al 12,3%, la produzione industriale di maggio spaventa, con un temibile -1,8%.

Quindi “manovra si”? Non è ancora detto, ma i dossier che sembrano giocare contro il governo sono tantissimi. Provvedimenti studiati e messi a punto, ma che arrancano lenti in vista della meta. Sul lato delle entrate si è in pesante ritardo sul capitolo voluntary disclosure e per la privatizzazione delle Poste. Il primo dei provvedimenti riguarda il rientro dei capitali detenuti illegalmente all’estero, prima dell’entrata in vigore della normativa che punisce falso in bilancio e l’autoriciclaggio. Secondo le stime del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze), con questa mini-sanatoria, lo Stato italiano potrebbe incassare una cifra compresa tra i 3 e i 5 miliardi di Euro. Una cifra ancora virtuale, ma che potrebbe materializzarsi nel momento in cui dovesse avviarsi davvero la procedura di rientro. Invece niente, provvedimento ancora incagliato in Parlamento in attesa di essere licenziato dall’aula.

Altri 4-5 miliardi di Euro di entrate erano previsti dalla privatizzazione del 40% di Poste Italiane. Il nuovo AD Caio, ha ottenuto però dal governo un rinvio, almeno fino al tardo autunno, in attesa del nuovo piano industriale. Questo riduce di fatto i margini per la quotazione entro dicembre. Insomma, se non si muove qualcosa, a fine anno potrebbe mancare nelle casse dello Stato una cifra compresa tra i 7 e i 0 miliardi (0,4%-0,7% del PIL). Incassata quella somma, finirebbe l’incubo di non centrare il rapporto deficit/PIL del 2,6% e sforare oltre il 3%.

Dal lato delle spese, la spending review targata Cottarelli pare essere sparita dai piani del Governo, tanto che si vocifera dell’imminente sostituzione dell’attuale commissario con Yoram Gutgeld. Se da una parte questo potrebbe portare maggiore coordinamento con l’esecutivo, difficilmente si avrebbe il tempo tecnico per mettere in atto quei famosi 7 miliardi di euro di tagli previsti nel 2014. Tra minori entrate e maggiori spese, l’Italia potrebbe quindi rischiare un rapporto deficit/PIL al 3,5%. La sopresa per è dietro l’angolo. Sul sito dell’Istat, qualche giorno fa campeggiava il seguente messaggio:

“L’Istat ha deciso di modificare il calendario di rilascio dei nuovi conti economici nazionali secondo il Sec2010, anticipando la diffusione dei dati al 22 settembre 2014 (alle ore 11), rispetto al 3 ottobre, data prevista. Ciò allo scopo di fornire le informazioni necessarie alla costruzione di un quadro macroeconomico aggiornato, a sua volta necessario per la predisposizione di documenti programmatici basati su un quadro informativo aggiornato e coerente.”

Con la rivalutazione del PIL con i nuovi calcoli, entrano nel computo dell’economia nazionale anche le stime delle attività criminali e vengono rivisti alcuni capitoli di calcolo delle spese per ricerca e sviluppo e per spese militari. Ergo, ci si attende dal riconteggio del PIL, una rivalutazione media dell’1%. Tanto basterebbe per far quadrare i conti pubblici italiani. Occorrerebbe però uno sforzo maggiore per sbloccare i dossier essenziali per la ripresa (tra cui anche lo Sblocca Italia, rimandato di un mese). Con un rapporto debito/PIL ormai oltre al 135% si potrà anche essere tranquilli nell’autunno 2014, per aver rimandato una manovra (non quella per reperire i fondi per la proroga degli 80 euro in busta paga), non sarebbe però abbastanza per cancellare i problemi di lungo periodo.

Photo © Palazzo Chigi, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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