martedì , 20 febbraio 2018
18comix

Italia e Spagna: come e perché tagliare il cuneo fiscale

Ciò che spesso si rimprovera alla moneta unica, con tanto di nostalgie sui fasti della sovranità monetaria, è l’impossibilità di effettuare svalutazioni competitive per far ripartire l’export e, con esso, l’economia di uno Stato europeo. D’altronde il mandato della Banca Centrale Europea (BCE) è chiarissimo: inflazione nel medio-lungo termine inferiore ma vicina al 2%. Nessun accenno alla piena occupazione, perseguita dalla cugina americana Federal Reserve. Nessuna possibilità di raddoppi della base monetaria in stile giapponese. Nessuna sottovalutazione artificiosa della propria valuta come fa la Cina.

I Paesi e le imprese dell’eurozona, non potendo affidarsi alla leva monetaria, devono ingegnarsi per continuare ad aggredire i mercati globali. Se da una parte le imprese devono puntare sulla qualità dei prodotti e servizi (spesso più cari dei concorrenti) e occuparsi di un’incessante opera di efficientamento delle proprie strutture, dall’altra parte possono intervenire gli Stati con manovra fiscali ben precise. Stiamo parlando dell’espressione che nelle ultime settimane è salita alla ribalta nel dibattito pubblico italiano e spagnolo: “taglio del cuneo fiscale”.

Il cuneo fiscale è la differenza tra l’importo lordo e quello netto nella retribuzione di un lavoratore. Secondo i dati più recenti dell’OCSE in Italia il cuneo fiscale è in media pari al 47,6%. Insomma, quasi la metà dello stipendio viene divorata da imposte e contributi. Sempre secondo gli stessi dati, in Spagna il divario, pur molto marcato, si ferma al 39,9%. In entrambi i Paesi, i governi hanno recentemente dichiarato di volere intervenire a breve per tagliare il cuneo.

Ridurre il cuneo, data l’impossibilità di svalutare l’euro, è una delle strade maestre per rilanciare allo stesso tempo le esportazioni e i consumi interni. Innanzitutto, si riduce il costo del lavoro per le imprese, che potranno offrire sul mercato prodotti e servizi a prezzi più competitivi rispetto ai concorrenti esteri. Parte dei risparmi potrà essere utilizzata dalle imprese per nuove assunzioni, determinando una riduzione del tasso di disoccupazione. Riducendo il cuneo fiscale sui redditi più bassi, infine, i lavoratori riceveranno buste paga più sostanziose e potranno consumare di più, facendo ripartire il mercato interno.

Ma se l’operazione è così conveniente, perché non è stata fatta prima in Italia e Spagna? Essenzialmente perché un’operazione costosissima. Entrambi i Paesi sono caratterizzati da un alto tasso di evasione fiscale che riduce le entrate da imposte indirette come l’IVA. Gran parte dei bilanci statali e l’intero bilancio pensionistico si reggono pertanto sulle tasse sul lavoro. Ridurre il cuneo obbliga quindi a tagliare le spese o a lottare con decisione contro l’evasione fiscale.

In Italia, dal 2006 ad oggi, si sono recuperati tra gli 8 e i 12 miliardi di euro all’anno dalla lotta all’evasione fiscale. Il fondo “taglia-cuneo” alimentato dai proventi della spending review purtroppo non è invece mai partito. L’ultimo taglio del cuneo risale quindi al 2007, per un quantitativo di 5 miliardi di euro di coperture, il famoso “tesoretto” individuato all’epoca dal governo Prodi. Oggi l’esecutivo di Matteo Renzi vorrebbe intervenire con un taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale, esattamente il doppio. Resta da capire come verrà effettuata la manovra di taglio e come sarà distribuita la quota di benefici tra imprese e lavoratori.

In Spagna, l’operazione annunciata è ancora più ambiziosa ma nello stesso tempo più disperata, dal momento che il governo di Mariano Rajoy deve fronteggiare una disoccupazione ben oltre il 25% (il doppio di quella italiana). Se Renzi intende distribuire i benefici a tutti i lavoratori con reddito medio-basso e a tutte le imprese, Rajoy concentrerà le risorse solamente nei prossimi due anni verso le imprese che assumeranno disoccupati. Per loro verrà inaugurato uno speciale sistema fiscale basato su una flat tax fissa di 100 euro al mese. Gran parte delle coperture si troveranno dal momento che, trovato un impiego, il lavoratore smetterà di beneficiare degli ammortizzatori sociali.

Non si potrà svalutare come Stati Uniti e Giappone, ma avvicinare il cuneo fiscale al loro livello – rispettivamente 29,5% e 30,8% – potrebbe essere davvero un’ottima mossa.

In foto il premier Matteo Renzi a Treviso (Flickr, Palazzo Chigi, 2013).

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

Check Also

Criptomania: ascesa e declino dei Bitcoin? 

“All’angolo ci sono un co-working e un hacking space, lì puoi prendere da bere, ma …

3 comments

  1. Scusa, una domanda.
    Credi davvero che il taglio del cuneo fiscale faccia ripartire i consumi interni?
    Io credo che la spinta ai consumi interni data dal taglio sia pochissima, perché la gente tenderà a risparmiare quegli 80 euro non vendo fiducia nel futuro.
    Poi data “l’impossibilità di svalutare l’euro”, come giustamente dici tu, come la mettiamo con la bilancia commerciale?
    Quei pochi consumi che saranno ritrovati con quegli 80 euro, finiranno in importazioni, dato che avendo una moneta “artificialmente” sopravvalutata a noi conviene importare piuttosto che produrre.
    Non credo che i consumi ripartiranno ne tanto meno che si possa in questo modo creare occupazione.
    Credo, invece, che quei pochi che si sentiranno rinfrancati da questo “aumento” di 80 euro correranno a fare una bella rata da 100 per l’acquisto di un televisore Giapponese, o di un Iphone Americano o di una Smart Tedesca (in comode rate da 120 euro al mese e dopo due anni ce la puoi restituire), iniziando di nuovo ad indebitarsi con l’estero facendo ripartire il ciclo di Frenkel.

    • Fabio Cassanelli

      Guarda, avendo a disposizione quei 9-12 miliardi (insomma, vedremo le coperture se da deboli/ipotetiche diverranno forti) e volendo tagliare le tasse, intervenire sul cuneo fiscale con un 75% lavoratori e 25% imprese sia la scelta più saggia.
      Ovviamente parte di quegli 80 Euro finiranno in acquisti di beni di importazione ed è inevitabile ma un’altra parte servirà anche da cuscinetto a chi ha problemi con la rata del mutuo o di affitto o ancora a chi taglia la spesa per generi alimentari. Il taglio alle imprese aiuterà i prodotti italiani ad essere un pizzico più competitivi o ad assumere di più.

      Come dici tu probabilmente l’impatto non sarà rivoluzionario ma dopo anni e anni di salassi fiscali, partire da IRPEF ed IRAP mi sembra una scelta assennata.

      Per quanto riguarda l’IRPEF aspettiamo mercoledì per capire se verranno tagliate le aliquote (le buste paga si gonfiano all’istante) o aumentate le detrazioni (gli effetti saranno più lenti a dispiegarsi).

      Grazie del commento.
      Un saluto

      • Scusa,
        io vado al supermercato, come tutti, banco della carne, trovo carne italiana a 20 euro al kg e carne tedesca a 11 euro al kg (la carne è solo un esempio, ma puoi prendere qualsiasi prodotto vuoi). Secondo te, quelli che hanno bisogno di quegli 80 euro per arrivare a fine mese, quale compreranno?
        Secondo punto: giustamente parli di rata di mutuo ed io ci aggiungo anche altri debiti contratti dalle famiglie e che ora hanno difficoltà ad onorare. Quegli 80 euro serviranno a quello. Quindi niente consumi.
        Terzo punto. Taglio IRAP.
        Tu dici: “aiuterà i prodotti italiani ad essere più competitivi e le aziende assumeranno di più”.
        Utopia. Le aziende sono in difficoltà economiche. Un taglio dell’IRAP non farà scendere i prezzi dei beni perché le aziende hanno bisogno di guadagnare di più per ripianare i debiti. Se a questo aggiungi i pochi consumi che (secondo me sia chiaro) arriveranno dalla riduzione dell’IRPEF ecco che questa manovra, per quanto politicamente rilevante, economicamente è ridicola (ed ho tra l’altro seri dubbi sulle coperture, ma aspettiamo domani)!
        E’ chiaro a tutti che l’occupazione si riprende solo facendo aumentare la domanda, ma con un euro così sopravvalutato rispetto alle altre monete e, soprattutto, così “pesante” per noi e “leggero” per altri stati dell’eurozona… Non c’è speranza. Ogni stimolo fiscale, ogni spesa aggiuntiva dello stato o dei cittadini (ogni inteso come “la maggior parte”) finisce in Import, facendo calare la disoccupazione all’estero e aumentare da noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *