mercoledì , 21 febbraio 2018
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James Tobin sbarca in Europa

Erano quasi vent’anni che non si sentiva parlare della misteriosa e dibattutissima Tobin Tax. Ora, dopo decine di vertici e discussioni, l’Unione Europea è più che mai decisa ad introdurla. Per comprendere cosa sia la Tobin Tax e come funzionerà è doveroso fare un passo indietro.

La Tobin Tax venne ideata nel 1972 dal Premio Nobel dell’Economia James Tobin che la concepì come una piccola imposta percentuale (0,5%) sulle transazioni valutarie.Le principali finalità erano mitigare la volatilità dei cambi, dare tempo alle banche centrali di Paesi che subivano repentine fughe di capitali e finanziare la Banca Mondiale con il ricavato della tassa stessa. Definita “il granellino di sabbia” negli ingranaggi dell’impetuoso e frenetico meccanismo finanziario globale, essa permetteva una sorta di dirottamento di fondi dall’economia finanziaria a quella reale. Secondo l’idea di Tobin, infatti, più si sarebbero mossi i mercati, più proventi sarebbero affluiti nelle casse della Banca Mondiale. Quest’ultima, incaricata di investire tali fondi in infrastrutture e progetti di sviluppo nei Paesi emergenti, avrebbe quindi beneficiato in caso di mercati valutari molto attivi, innescando un circolo virtuoso tra crescita mondiale ed espansione dei mercati.

Ma poiché i singoli Stati avevano timore di introdurla nel loro ordinamento fiscale, temendo fughe di capitali ed una depressione dei mercati finanziari , per molti anni la proposta rimase chiusa nel cassetto. Nel 1986, la Gran Bretagna si lanciò nell’esperimento Tobin, modificandone il nome ma non troppo i contenuti. Venne così introdotta con il Finance Act (l’equivalente della nostra legge di stabilità) la Stamp Duty Reserve Tax, una tassa dello 0,5% sulla compravendita di azioni, pagata dall’acquirente. Evitato il temuto crollo dei mercati  il Regno Unito si dotò di un importante strumento erariale. I benefici della Stamp Duty dovevano essere ben gestiti dai governi in carica, dal momento che il gettito fiscale cresceva sensibilmente durante i boom azionari e calava enormemente durante le recessioni, momenti in cui lo Stato avrebbe avuto più bisogno di risorse per rilanciare l’economia.

Ad esempio, durante il boom delle dot-com del 2000-2001 il gettito per l’erario inglese fu di circa 7,5 miliardi di euro attuali, mentre nel 2008-2009 esso ammontò a poco più di 4 miliardi. Il dibattito sulla Tobin Tax tornò in auge nel biennio 1992-1993, ai tempi della crisi valutaria che colpì la lira e la sterlina. La neonata Unione Economica e Monetaria reagì introducendo un maggior coordinamento tra le banche centrali, nonché a livello di gestione delle finanze pubbliche,  accantonando pertanto una Tobin Tax comunitaria. Nel 1992, intanto, anche la Svezia aveva rinunciato a tassare le transazioni finanziarie: di fronte alla fuga di capitali verso la piazza londinese, fu infatti abolita  l’imposta dell’1% introdotta su tutte le movimentazioni nel 1984. La storia insegna che la Tobin Tax può funzionare, basta non esagerare.

Al G-20 di St. Andrews (Scozia) del novembre 2009 la Gran Bretagna di Gordon Brown propose nuovamente un’introduzione della tassa a livello globale mala sua proposta venne praticamente ignorata dalla maggior parte dei presenti, eccezion fatta per le timide aperture di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Qualche mese più tardi  la crisi dei debiti sovrani europei iniziava a espandersi dalla Grecia  e, con un effetto domino, a Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia, gli Stati con le finanze più deboli. Il valore dei titoli di Stato e la fiducia verso questi Paesi, sbeffeggiati e denominati “PIIGS” dalla stampa anglosassone, crollarono repentinamente.

In Europa si tornò a pensare ad una tassa sulle transazioni finanziarie che mitigasse la volatilità sul mercato secondario delle obbligazioni statali e permettesse con i ricavati di finanziare il bilancio europeo senza ulteriori esborsi da parte dei Paesi in crisi. Si è così giunti all’approvazione finale da parte dell’Ecofin del 22 gennaio 2013, grazie ad una cooperazione rafforzata, procedura decisionale attualmente regolata dall’art. 20 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) e dagli artt. 324 e 336 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che per essere avviata richiede la partecipazione di almeno nove Paesi membri. Undici quelli che hanno confermato l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie: Austria, Belgio, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Un’area che vale – secondo il Commissario per la fiscalità e l’unione doganale Algirdas Semeta – per i due terzi dell’economia UE e per il 90% di quella dell’eurozona.

Ora la proposta passa alla Commissione Europea per la definizione delle linee guida: s’ipotizza un’introduzione nel 2014 di un’aliquota dello 0,1% per le transazioni in titoli azionari e dello 0,01% per le transazioni sui derivati. E’ una tassa molto leggera se si pensa che a pagarla saranno solamente banche e istituti di investimento con sede nel territorio dell’Unione Europea. I privati e le imprese che dovranno investire parte della liquidità non saranno nemmeno sfiorati. Gran Bretagna, Lussemburgo, Malta e Repubblica Ceca si sono astenute. Le prime due perché sono importanti piazze finanziarie e temono una possibile  fuga di capitali. In particolare il Regno Unito si troverebbe con un’aliquota, giudicata insostenibile, dello 0,6% (0,5% Stamp Duty + 0,1% Eurotax).

Grande incertezza regna ancora sull’entità del gettito che si ricaverà e soprattutto cosa questo dovrà finanziare. I più pessimisti immaginano un ricavato totale che si aggirerà intorno ai 10 miliardi di euro mentre secondo la Commissione Europea si dovrebbe arrivare ai 30-35 miliardi di euro. Alcuni Stati membri potrebbero ricevere delle deroghe, altri potrebbero ottenere parte del gettito per finanziare progetti specifici. Non resta che attendere la proposta finale della Commissione,  alla ricerca di un accordo tra tutti i Paesi per  gettare le basi di un’ambiziosa quanto necessaria fiscalità comune europea.

Leggi qui le conclusioni del Consiglio Ecofin del 22 gennaio 2013

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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One comment

  1. Buono l’inizio!

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