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Il Presidente della Commissione Jean Claude Juncker al recente G20 © European Commission, 2014

Juncker e la mancanza di fiducia in Europa

Si sono concluse da pochissimo le celebrazioni per il venticinquesimo della caduta del Muro di Berlino: salvo che nella capitale tedesca, nel resto d’Europa l’anniversario si è svolto in un’atmosfera di mestizia ed indifferenza, anche perché la crisi ucraina ha creato un clima di diffidenza verso Mosca (ricambiata dai russi) che non fa presagire nulla di buono per il futuro.

C’è nell’aria la sensazione che qualcosa sia andato profondamente storto nel modo in cui è stata costruita l’Europa: il fatto che oggi in Francia il primo partito, da ormai svariati mesi, sia il Front National e che in Germania – come recentemente dimostrato dalle elezioni nei lander di Sassonia e Turingia – il partito “Alternative fur Deutschland” stia andando molto bene tra giovani e persone istruite, deve far riflettere sulla china pericolosa che sta prendendo la nave europea. Si sta sviluppando un sentimento di vero disgusto per la modernità, come se il mondo post-1989 fosse un luogo per certi versi molto peggiore a quello che ci eravamo lasciati indietro. E’ significativo, peraltro, che questo disgusto coinvolga parallelamente le classi più povere e i giovani diplomati o laureati, come se “plebe” e “intellettuali” fossero di nuovo uniti dopo decenni di incomprensione reciproca.

Le persone critiche chiedono molte cose: nel rigetto verso la modernità convergono matrici socialiste, libertarie, cattoliche e reazionarie. L’UE è sul banco degli imputati per tanti motivi: burocrazia opprimente, incapacità di offrire dei valori forti a cui appellarsi, sensazione di un progetto confuso dominato da élite oligarchiche, personale politico misconosciuto e di formazione specialistica, incapace di suscitare il minimo trasporto emozionale. Tutti problemi di natura strutturale e che difficilmente possono essere aggirati usando escamotage retorici, come quello della “generazione Erasmus” (un programma peraltro a continuo rischio-tagli, come se Bruxelles volesse mettere a repentaglio uno dei suoi pochi successi percepiti dalla gente).

Spesso gli economisti sono portati a ritenere che le crisi siano eventi spiegabili unicamente con disallineamenti di budget o peripezie contabili, ma questa è una visione superata dai fatti: la stagnazione secolare che abbraccia l’Europa nasce esattamente da questo sentimento di sfiducia montante. È chiaro che esistano poderosi problemi legati alla scarsità di risorse finanziarie all’interno dell’Eurozona,  ma il bene scarso prezioso è la fiducia. Senza fiducia generalizzata, l’economia va in pezzi e non c’è Mario Draghi che tenga. La storia degli anni Venti è molto chiara: quando le società vengono travolte dal nichilismo e dalla passività, quando le giovani generazioni sono sopraffatte dalla sfiducia e da una radicata abitudine alla noia e al peggio, il sentiero verso il baratro è tracciato.

La crisi dell’Occidente, che in Europa trova il suo acme, ha molto a che fare con una ribellione verso il dominio della Tecnica e del Capitale: i “mercati”, con i loro algoritmi automatizzati e i milioni di scambi al minuto, sono diventati sovrani, mentre lo Stato nazionale si ritira e, al massimo, si riconfigura all’interno di entità sovranazionali più grandi ove il suo potere sfuma. I mercati traboccano di soldi e liquidità, gli Stati nazionali sono sempre in bolletta e faticano a coprire i loro deficit di bilancio. I veri padroni del mondo oggi – e molti giovani lo hanno metabolizzato – sono le grandi aziende dell’high-tech, dell’agricoltura e dell’entertainment, che hanno un rapporto con il fisco quantomeno disinvolto.

In un contesto di tal fatta, lo scandalo Juncker è particolarmente esiziale: aver anche solo tollerato scandalosi contratti che assicuravano elusioni fiscali milionarie alle grandi aziende protagoniste dei “mercati” di cui sopra, appare come una resa incondizionata allo strapotere del denaro, proprio da parte di quei funzionari che si mostrano inflessibili con gli Stati e pretendono tagli di spesa sociale per rispettare fumosi parametri contabili. In generale, la concorrenza fiscale all’interno dell’UE è uno di quelle vergogne sotto al sole che stanno minando giorno dopo giorno la fiducia tra gli Stati membri e all’interno di essi.

Ancora una volta il personale politico europeo – e in particolare quello della Commissione – appare impreparato ad affrontare una crisi di tali proporzioni. Il rischio per Juncker e i suoi colleghi è quello essere visti a posteriori, tra qualche anno o decennio, come l’orchestrina del Titanic che continuava a suonare mentre l’acqua saliva.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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