mercoledì , 21 febbraio 2018
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I governatori di BCE e Fed, Mario Draghi e Yanet Yellen © National Bank of Ukraine - Flickr

La crescita Usa rallenta: è il secolo della flat economics

Negli ultimi anni ci si è ormai abituati a previsioni economiche eccessivamente ottimistiche: gli analisti delle grandi istituzioni internazionali, a partire dal Fondo Monetario Internazionale, sono stati per questo al centro di furiose critiche circa l’attendibilità dei “driver” utilizzati per la loro attività previsionale.

Frena il PIL, delusione negli Stati Uniti

L’uscita dei dati riguardanti la crescita del PIL statunitense è stata in questa senso significativa: contrariamente alle previsioni, l’economia americana si è espansa di uno striminzito 0,2% nel primo trimestre dell’anno in corso. Un risultato deludente, ben al di sotto delle attese, spiegabile non solo con l’inverno rigido che ha colpito alcune zone degli States.

La ripresa americana, pur in corso da più di un lustro, permette di evidenziare alcune problematiche comuni ormai a molte aree del Pianeta, tra cui in primis l’eurozona: investimenti pubblici carenti; investimenti privati scarsamente uniformi (perlopiù concentrati nel settore high-tech); scarsa partecipazione al mercato del lavoro, in particolare da parte delle minoranze etniche, con tutti gli strascichi del caso (Baltimora e Ferguson sono frutto anche di una disperazione sociale); salari della “middle class” in congelamento eterno.

E come se l’ingessamento delle società, già evidente sul piano culturale e demografico, si fosse trasferito fatalmente sui destini economici: ci si dirige verso uno scenario-mondo caratterizzato da inflazione medio-bassa, tassi d’interesse ancorati a zero, tassi sui titoli di stato ormai sottozero, investimenti anemici.

Flat-Economics, destino ineluttabile?

La Flat-Economics è diretta discendente delle politiche monetarie innestate dai banchieri centrali: gli acquisti massicci di FED, Bank of England e BCE hanno compresso i tassi al livello più basso possibile. Nella visione comune questo è un bene: dopo anni di spread, avere dei titoli decennali che rendono il 2% (si ricordi che nel 2011 i titoli decennali italiani avevano un rendimento nominale del 7%) può essere vista come una manna biblica.

Tuttavia esiste sempre l’altro lato della medaglia: tassi così bassi rendono poco attrattivo l’investimento in bond da parte dei privati, che si concentrano sull’azionario in cerca di facili guadagni. Cosa accadrà quando, prima o poi, si alzeranno i tassi? Un assaggio di quello che potrebbe accadere lo si sta vedendo proprio negli Stati Uniti: una grande paura di non essere sicuri di compiere un atterraggio morbido. La “droga” monetaria ha sì evitato il disastro, ma non è riuscita ad innestare un forte ciclo di crescita dell’economia, poiché – come detto prima – la domanda globale – data dalla somma tra investimenti, consumi ed export – è rimasta sostanzialmente asfittica e dipendente da fattori contingenti, come ad esempio la svalutazione del dollaro (non appena il dollaro è risalito, l’export americano è andato in difficoltà).

Un (altro) nuovo ’29?

Insomma: la solita forbice tra Wall Street e Main Street che potrebbe diventare il presupposto di una nuova bolla. In fondo, la crisi subprime nacque proprio così: da un difetto di lettura dei mercati circa la realtà macroeconomica circostante. L’innalzamento dei tassi d’interesse non fu altro che l’innesco di una contraddizione già presente da anni.

Ovviamente non è detto che la storia si ripeta, ma i legislatori europei dovrebbero stare molto attenti a quello che accadrà nei prossimi mesi dalle parti di Washington. Gli Stati Uniti possono essere visti come una macchina del tempo: in assenza di correttivi, tra due anni l’Eurotower potrebbe trovarsi nelle stesse acque agitate in cui ora naviga la FED. Le politiche monetarie espansive e la svalutazione della divisa possono essere degli strumenti di grande utilità per tamponare una crisi deflazionaria, ma non è affatto detto che bastino per arginare una crisi della domanda aggregata ormai innestatasi in quasi tutto l’Occidente.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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