giovedì , 16 agosto 2018
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La lezione scomoda della Germania: il debito non è (sempre) un male

Gran parte degli economisti spiega che “bisogna fare le riforme per ridurre il debito pubblico” o che “il debito pubblico è un fardello per la crescita”. Al di là dell’opinabilità di queste affermazioni, che sono quasi entrate nel linguaggio comune data la perentorietà con cui sono asserite, molti concordano sul fatto che il debito pubblico sia da ridurre. Quando vediamo in televisione i dati a tre cifre del debito statale greco o italiano, presentate come un segno dell’impossibilità per questi Paesi di avviare politiche di rilancio della domanda interna e di contrasto del ciclo economico, in realtà dovremmo essere piuttosto guardinghi, e pensare a quanto accaduto in Germania.

Bisogna ricordare che la Germania Ovest, all’indomani della caduta del Muro, dovette affrontare la più grande riunificazione mai sperimentata nella Storia moderna: i trasferimenti fiscali da Ovest verso Est sono ancora un ricordo fresco per il contribuente medio della Baviera, il che, peraltro, spiega l’ostilità dell’elettorato a qualsiasi forma di condivisione di debito a livello comunitario, come gli Eurobond. Nel decennio 1992-2002 la Germania guidata da Kohl, proprio a causa dello sforzo legato alla riunificazione, ebbe una performance economica decisamente deludente, tanto da essere rinominata “grande malato d’Europa” a causa della scarsa – o nulla – crescita del PIL annuo registratasi in quegli anni. Oggigiorno tutti siamo travolti dal successo economico della Germania: in Italia – ma non solo – si imbastiscono intere trasmissioni e servizi televisivi per comprendere il successo di quella che è diventata la locomotiva del continente.

Molti tendono a dire che il miracolo economico sia dovuto alla maggiore competitività di Berlino: un’affermazione vera, ma superficiale. Di solito, chi incita a “copiare la Germania” si riferisce ad un aumento della produttività conseguito unicamente tramite la compressione del costo del lavoro e lo sgravio fiscale per le imprese. Molti si dimenticano di dire che Berlino ha ottenuto il grande balzo in avanti grazie ad un complesso e congegnato progetto di impulso governativo, noto come Agenda 2010, guidato dall’allora cancelliere Gerhard Schroeder. Quando i politici italiani parlano pomposamente di “riforme strutturali”, si riferiscono proprio a questo, ma dimenticano di dire una cosa: quel progetto costò non poco. Il debito pubblico tedesco schizzò dal 60% al 68% del PIL nel periodo 2001-2005, mentre in Italia si registrava un calo tendenziale.

Inoltre, tra il 2002 e il 2004 la Germania sforò il Patto di stabilità per ben tre volte, superando il limite del 3%. Furono, appunto, gli anni dell’Agenda 2010: un programma di riforme che ha cambiato radicalmente il mercato del lavoro tedesco, riducendo fortemente i sussidi di disoccupazione e aprendo la strada ai “minijob”, cioè impieghi part-time a basso costo per il datore di lavoro. L’Agenda, presentata come un successo delle politiche liberiste di deregolamentazione del mercato del lavoro, ha indubbiamente permesso di ridurre il tasso di disoccupazione in maniera continuativa, anche se a costo di una deflazione importante dei salari e di una compressione della domanda interna che sta scatenando sempre più le proteste degli altri Paesi dell’Eurozona.

Ma tale politica sarebbe stata impossibile senza un poderoso piano di investimento pubblico attuato dall’istituto Kreditanstalt für Wiederaufbau (KFW) , la banca statale simile alla nostra Cassa e Depositi Prestiti. La Kfw investì risorse ingenti in infrastrutture, ambiente e istruzione: le architravi su cui si basa il modello tedesco. La Germania si permise il lusso di alzare debito e deficit all’interno di un contesto di progetto di medio-lungo periodo a trazione governativa. Lo Stato sopperì il minore gettito fiscale derivante dal privato con iniezioni di denaro pubblico nell’economia reale.

La lezione che viene dalla Germania è quindi che le riforme strutturali non nascono da sole: ci vuole un progetto politico credibile di largo respiro, che includa un dispendio massiccio di risorse private e pubbliche. E’ evidente che la disciplina di bilancio e l’applicazione ferrea del Patto di stabilità per i Paesi in difficoltà (come Italia, Spagna e Grecia) siano degli ostacoli insormontabili, che forse spiegano più di tanti Trattati il perché di questi Paesi si trovino in perenne crisi politico-istituzionale e con un sentimento di crescente ostilità verso Bruxelles.

Foto l’ex Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, promotore di Agenda 2010 (Foto: Wikimedia Commons)

 

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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