martedì , 14 agosto 2018
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La nuova Fiat, in bilico tra due continenti

L’obiettivo principale di Sergio Marchionne è sempre stato la fusione tra Fiat e Chrysler: il manager ha ritenuto i due gruppi complementari dal primo momento. Attenzione però, la vera complementarietà non è tanto sulle competenze, Fiat brava con le macchine piccole e da città, Chrysler migliore per le grandi berline e i SUV. La vera unione tra Detroit e Torino è stata una unione contabile, di bilancio.

Una sola società significa un solo bilancio, ovvero l’unione delle magre riserve contanti di Fiat con quelle ben più corpose di Chrysler, ottenendo così all’improvviso abbastanza liquidità da permettere, finalmente, quegli investimenti per il rilancio attesi da molto tempo. E magari anche qualche altro acquisto, qua e là: se Marchionne ritiene davvero che tra pochi anni i grandi gruppi automobilistici mondiali saranno non più di sei, è evidente che in giro ce ne sia ancora qualcuno di troppo.

I problemi sono semmai altri. I due bilanci si incastrano bene, ma le due realtà industriali forse un po’ meno. Anzitutto, la diversificazione. L’acquisto di una prima quota di Chrysler nel 2008 fu geniale, perché permise a Fiat di posizionarsi all’improvviso su un terzo mercato, oltre ai due storici di Europa e America Latina: l’America del Nord. Così facendo, quando le attività sono andate molto male in Europa, l’altra sponda dell’Atlantico ha tenuto e prodotto utili, ossigeno vitale per la sopravvivenza del gruppo. Ma diversificare su tre mercati è ormai poco. Soprattutto se, tra questi tre, in uno la Fiat è quasi fuori dai giochi, e cioè in Europa, dove la quota di Fiat si è ridimensionata più del previsto.

Negli Stati Uniti invece restano diffusi soprattutto i marchi americani e qualche 500. Di Asia, là dove le case tedesche sono cresciute moltissimo, ancora non si parla, e ci vorranno diversi anni. Sempre che sia conveniente: i consumatori cinesi non si affezionano ai marchi, e oggi che le case cinesi iniziano a eguagliare quelle europee, i margini per queste ultime sono diminuiti. Il tripode di FCA nasce quasi zoppo, e senza la prospettiva di trovare una nuova gamba a est.

Se l’integrazione dei mercati però ha in parte funzionato, quella dei prodotti stenta ancor di più. L’idea di Marchionne, sulla carta, è semplice: Fiat può produrre auto piccole e motori economici, mentre gli americani quelle più grandi. Le competenze per i modelli di categoria premium verranno da Alfa e Maserati, e il cerchio si chiude. Quasi. Perché se pensate a una berlina premium, una bella macchina per le strade di New York, non immaginate certo un’auto americana.

La berlina lussuosa o sportiva sulla Quinta Strada è ovviamente una Mercedes. Gli americani, in quel settore, non sono mai stati forti. Tanto che la trasmissione televisiva inglese Top Gear, probabilmente lo show di auto più seguito al mondo, li prende platealmente e periodicamente in giro: quelle americane sono bisonti, non auto. Grosse e pessime da guidare. E se Marchionne spera che le competenze premium possano venire dal lato italiano, è un ottimista: l’unica ad avere capacità costruttive di qualità premium è Maserati (con qualche critica), ma finora il ben più semplice piano di trasferirle verso l’Alfa Romeo è fallito.

Ci vorrà allora qualche anno, per capire se quella di Marchionne è stata una strategia brillante o sfortunata. Come spesso avviene, bisogna aspettare i risultati. Certo, Oggi è difficile giudicare, ma Fiat si trova in grande difficoltà. Ha un’offerta datata, perché ha ritardato gli investimenti in attesa di completare la fusione, ha le sue fondamenta storiche nel continente in cui è più debole e vende di meno. Inizierà a sfornare modelli nuovi in ritardo rispetto a tutti i concorrenti, con il rischio di mancare anche la fragile ripresa che dovrebbe arrivare nei prossimi mesi, facendosi trovare impreparata. 

Questo è il vero problema di Fiat. Vuole competere globalmente, con produttori mediamente forti che controllano ampi segmenti di mercato e che sono in crescita (nel caso dei tedeschi). Ma vuole farlo senza avere al momento i prodotti necessari, e senza avere acquisito, da quel che sembra, le necessarie competenze. Sembra improbabile che un progetto Jeep – Alfa Romeo possa impensierire, per bontà del prodotto finale, i concorrenti con cui Marchionne vorrebbe misurarsi: Audi, Bmw, Mercedes. L’unica cosa sicura è che se il neonato gruppo FCA sbaglierà il prossimo lancio di prodotti, e cioè se sbaglierà a rilanciare la gamma Alfa Romeo, potrebbe perdere ogni speranza di rilievo nel mercato europeo. Marchionne si ritroverà, a quel punto, costretto a guardare sempre più all’America e sempre meno all’Europa.

Nell’immagine, l’allestimento di uno stand FIAT, a Chicago, nel 2012 (© Seth Anderson, da www.flickr.com)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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