venerdì , 17 agosto 2018
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La Spagna nella tempesta

Se l’Italia può dirsi nel pieno di una tempesta, con una situazione politica incerta ed un tasso di disoccupazione balzato all’11,7% in gennaio, si può dire che la Spagna sia finita in mezzo ad un uragano. Cominciamo dall’economia. I dati Eurostat parlano di un PIL in calo dell’1,4% per il 2012 e stimano una contrazione analoga del -1,4% per il 2013. Ad un’analisi superficiale verrebbe da dire che nella grande crisi dell’Eurozona forse la Spagna se la sta passando meno peggio degli altri Paesi mediterranei. E invece non è così.

La diga costituita dal massiccio interventismo statale sta iniziando a fare acqua. Il salvataggio e la nazionalizzazione del colosso bancario Bankia sono costate al governo spagnolo l’immensa cifra di 23,5 miliardi di euro. Dopo un esordio abbastanza attendista, sono stati pubblicati i dati di bilancio della Banca per l’esercizio 2012, nel quale risultano perdite per 21 miliardi di euro. Un ammanco notevole che dovrà essere sanato rapidamente: si comincerà con il taglio di 4.500 posti di lavoro e la chiusura di un terzo degli sportelli, sperando che basti.

Il secondo punto debole della Spagna, oltre ad un sistema bancario stremato, è la disoccupazione che ha ormai raggiunto livelli record. A gennaio si è toccato infatti un tasso di disoccupazione al 26,2%, più del doppio di quello italiano ed ormai vicinissimi al triplo della media europea. Anche in questo settore dell’economia la mano pubblica è stata molto generosa, garantendo validi ammortizzatori sociali come il “paro”, un sussidio di disoccupazione che può superare i 1.000 euro al mese per i disoccupati con figli. Un grosso salvagente per le famiglie ed un enorme peso per i conti pubblici spagnoli.

Il rapporto deficit/PIL nel 2012 si è avvicinato pericolosamente al 7% mettendo in luce non solo una distanza siderale tra il bilancio spagnolo ed il pareggio di bilancio, ma anche dai più leggeri obiettivi di Maastricht (3%). Il deficit fuori controllo spaventa enormemente la Commissione Europea che stima un rapporto al 7,2% per il 2014 se non verranno attuate pesanti riforme. Innanzitutto il governo di Mariano Rajoy dovrà varare una riforma della tassazione delle accise sui carburanti, inasprendole enormemente. Inoltre, secondo le disposizioni europee, dovrà essere limitata la rosa di prodotti e servizi che finora hanno beneficiato di un’Iva ridotta al 10%.

Infine, altre due note dolenti: la riforma delle pensioni ed il deficit energetico. Se la Spagna vorrà conservare un sistema di welfare così generoso con i disoccupati (ed è costretta a farlo per non far morire di inedia più di 5 milioni di persone), dovrà necessariamente aumentare l’età pensionabile. Su questo punto l’Europa non pone condizioni precise, ma indica l’Italia come l’esempio da seguire, ribadendo che si dovrà legare al più presto l’età di pensionamento alla speranza di vita. Per quanto riguarda il deficit energetico, la Spagna dovrà presto rivedere il sistema che porta lo Stato a coprire parte dei costi energetici sostenuti da famiglie ed imprese. Nel solo 2012 l’entità del deficit è passata da 24 a 29 miliardi di euro. Cifre insostenibili di questi tempi.

Se Rajoy avrà la forza politica di attuare tutte queste riforme, tenendo insieme una maggioranza colpita da numerose inchieste giudiziarie ed incapace di varare una severa norma anti-corruzione, forse i conti pubblici spagnoli potrebbero migliorare significamente. Senza aiuti europei, però, l’impatto cumulativo di tutte le riforme rischia di far precipitare il Paese in una recessione ancora più devastante.

L’Europa ha le mani legate. La Spagna non è la Grecia ed è impossibile fornire supporto economico oltre un certo importo. E d’altronde, poichè le cancellerie europee hanno imparato molto dalla crisi greca, temono enormemente il collasso dell’economia iberica. Per questo la strategia principale che si sta seguendo pare essere quella del temporeggiamento. Vengono fornite raccomandazioni al governo spagnolo ma non vengono imposte con la stessa forza con cui si tentò di spronare l’Italia sulla strada delle riforme nel bienno 2011-2012.

Probabilmente il lento lievitare del deficit spagnolo ed un declino al rallentatore spaventano meno che un crollo improvviso, ed è comprensibile. Il mix ideale sarebbe accompagnare le riforme economiche ad una politica monetaria espansiva, ma l’autonomia della BCE è inviolabile e lecitamente non si può domandarle nulla più di quanto non abbia già fatto. Si può però sperare che la Spagna sappia accompagnare le riforme di austerità con strategie di maggiore liberalizzazione e di incentivazione degli investimenti esteri, oltre che a sostenere le esportazioni. I margini di manovra sono strettissimi ed è difficile essere ottimisti. La missione è molto difficile ma non impossibile.

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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