martedì , 20 febbraio 2018
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La “tregua dello spread”: un momento di cui approfittare

Mentre il cosiddetto “movimento dei forconi” sta cercando di portare avanti la disorganizzata operazione di blocco del Paese per manifestare contro tasse, euro e la classe politica in generale, lo spread BTP-BUND ha toccato i suoi minimi dal luglio del 2011. In particolare, il famigerato indicatore della crisi finanziaria, è sceso alla quota di 222 punti base. Ci sono almeno tre motivi per i quali le tensioni sui titoli di Stato si stanno alleggerendo sempre di più.

Comprendere quali sono non è un motivo per tirare un sospiro di sollievo, ma semmai un monito per il futuro. Con un debito a livelli record, una crescita economica che stenta a ripartire, un sistema fiscale inefficiente e caratterizzato da livelli enormi di evasione fiscale, l’Italia dovrebbe approfittare di questa “luna di miele con lo spread” per iniziare ad affrontare i reali problemi del suo sistema economico. Come detto, i motivi che hanno portato recentemente lo spread a calare, dai 350 punti di fine marzo 2013 ai 222 punti di questo dicembre, sono almeno tre.

Il primo. La Banca Centrale Europea ha tagliato, da marzo ad oggi, il tasso di sconto al minimo dallo 0,75% allo 0,25%. Il calo del costo del denaro, unito alle consuete operazioni di LTRO trimestrali della BCE,ha aumentato la liquidità nel sistema finanziario, influenzando indirettamente anche i bond a scadenza più lunga. La BCE ha alleggerito le tensioni sui bond senza però influenzare il mercato dei cambi con operazioni troppo incisive. Il cambio euro-dollaro vicino a 1,38 e quello con lo yen a 141 testimoniamo come le valuta europea sia sempre più vista come emblema di stabilità. Gli Stati Uniti sono iper-indebitati ed ormai dipendenti da una Banca Centrale (la FED) che immette 85 miliardi di dollari di liquidità al mese, mentre il Giappone per sopravvivere sta addirittura raddoppiando la base monetaria. E’ naturale che quindi gli investitori continuino a puntare sull’Europa, e indirettamente sull’Italia.

Il secondo. Lo spread è un differenziale. La sua diminuzione può derivare non soltanto da un calo del tasso di interesse sui titoli italiani, ma anche da un aumento del tasso sui Bund tedeschi. Ed infatti a fine marzo del 2013 un titolo di Stato decennale tedesco rendeva l’1,25% l’anno di interesse, mentre oggi rende ben l’1,83%. Insomma da sei mesi a questa parte, l’indicatore tanto caro ai media economici italiani ha guadagnato ben 58 punti bonus.

Il Terzo. Il 10 dicembre 2013, mentre il Ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni era a Bruxelles per la riunione dell’Ecofin, a Roma il Tesoro aveva dato avvio ad una massiccia operazione di buy-back del debito pubblico. Ovviamente non all’insaputa del Ministro, dato che l’operazione era già stata annunciata dallo stesso MEF venerdì 6 dicembre. In pratica l’Italia nei mesi scorsi ha aumentato il fabbisogno (fabbisogno del tesoro Italiano) molto più delle reali necessità di cassa, come Europae aveva documentato già a novembre. Durante l’Ecofin, 4 miliardi di euro di questa liquidità sono stati utilizzati per riacquistare propri titoli di Stato con scadenza tra il 1 dicembre 2014 ed il 15 settembre 2017, per annullarli. In un colpo solo l’Italia ha ridotto il proprio debito pubblico ed è intervenuta per aggredire le sue parti di debito più onerose. Ben 3,1 miliardi sono stati utilizzati per la scadenza “2014”, in modo da assicurare un anno più sereno al governo, nel breve termine. Con debito marginalmente ridotto e spesa per interessi scalfita, lo spread è potuto agevolmente planare a quota 222 punti base.

Come ribadito al principio, le tre condizioni che hanno permesso allo spread di calare sono però abbastanza effimere e l’Italia deve essere pronta a tutto. In particolare l’avvio del tapering (il rallentamento della politica espansiva della FED) potrebbe dare il via ad una fuga di capitali verso gli Stati Uniti, considerando che il dollaro si rafforzerà a causa del calo nel ritmo di offerta di moneta. In secondo luogo gli interessi sui titoli di stato tedeschi potrebbero tornare a scendere, se la situazione finanziaria innescata dal tapering verrà considerata meno “risk-free”. In terzo luogo, se le condizioni per indebitarsi dovessero migliorare ulteriormente per l’Italia, operazioni di buy-back potrebbero venire effettuate solamente con tagli alla spesa e recupero di proventi alla lotta all’evasione fiscale. I famosi compiti a casa dell’Italia. Il tanto famigerato “ce lo chiede l’Europa”.

Nell’immagine, palazzo Koch sede della Banca d’Italia, in via Nazionale a Roma (photo: Wikimedia Commons).

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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