sabato , 24 febbraio 2018
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L’austerità ha funzionato nei Paesi baltici?

Il premio Nobel per l’Economia 2013 è stato quest’anno assegnato a tre insigni economisti (Fama, Hansen e Shiller) che hanno esposto punti di vista molto differenti circa la razionalità dei mercati: Fama ne è sempre stato un ferreo sostenitore, Shiller ha scritto interi tomi per contestarla. Come a dire: l’economia non è una scienza esatta, esistono ed esisteranno sempre varie opinioni.

Spostando l’obiettivo dalla razionalità dei mercati alle politiche economiche dei governi, il copione non cambia. Se da un lato, ormai sempre più numeroso, abbiamo una schiera di accademici che vede le politiche di contrazione della spesa e di inasprimento fiscale come il fumo negli occhi, dall’altra vi sono ancora numerosi “resistenti” che argomentano come le politiche di austerità siano le più oculate sul lungo periodo. I primi tendono a concentrare le proprie analisi sui classici casi di Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, in cui l’austerità ha compresso domanda e salari in maniera significativa. I secondi invece hanno dalla propria il caso dei piccoli Paesi baltici – Lettonia, Lituania ed Estonia – che, colpite in maniera violenta dalla crisi mondiale del 2008-09, si stanno rialzando con vigore grazie alle politiche di contenimento dei deficit seguite dagli ultimi governi.

Le Repubbliche, dopo l’indipendenza, hanno centrato uno sviluppo economico rilevante basato sul boom edilizio e sulle banche. I Paesi, apertisi in maniera repentina ai mercati internazionali, hanno aderito all’Unione Europea nel 2004 e sono diventati sempre più un oggetto di studio nelle università di mezzo mondo sulla ricostruzione di un’economia in pochi decenni.

Tuttavia, nel 2008, il flusso di finanziamenti esterni si interruppe: esattamente come nel caso spagnolo o irlandese, vennero a galla i limiti di uno sviluppo per lo più fondato sul settore immobiliare e su forti iniezioni di capitali esteri. Da allora, i governi di Vilnius, Tallinn e Riga sono state obbligati a stringere la cinghia in maniera del tutto simile a quanto accaduto nei Paesi mediterranei dell’eurozona, anzi andando anche oltre. Basti pensare che la Lituania è stata costretta a tagliare la spesa pubblica del 30 per cento. I salari sono stati ridotti del 20 o del 30 per cento, le pensioni dell’11 per cento. Nel 2009 l’economia lituana è arretrata addirittura di 15 punti percentuali: un vero shock economico.

Eppure, secondo le stime del FMI nel 2014 i Paesi baltici godranno tutti di una crescita del PIL, con la dinamica Estonia a guidare il terzetto. I teorici dell’austerità sono ovviamente lieti di poter annunciare al mondo che la loro cura sta funzionando. Tuttavia, bisogna tener conto di alcuni fattori particolari che hanno influenzato l’esito. Innanzitutto, la relativa esiguità di queste economie: sembra, infatti, che l’austerità funzioni molto meglio nelle economie di piccole dimensioni. A conferma di questo, giunge il noto studio degli economisti italiani Alesina e Giavazzi sull’ “austerità espansiva”, che traeva spunto dalle vicende di Danimarca e Irlanda durante gli anni Ottanta: Paesi che, grazie al dimagrimento della spesa pubblica e a sgravi fiscali, avevano imboccato una rotta di crescita.

I piccoli Paesi sono molto veloci nel “surriscaldarsi” (grazie a boom immobiliari favoriti da capitali esteri), ma sono anche più flessibili nella ripartenza. La stessa Irlanda, colpita da una gravissima crisi finanziaria negli anni scorsi, sta reggendo meglio degli altri “Piigs”, anche perché ha appena 4.5 milioni di abitanti, compresi gli immigrati da altri Paesi. Tutta la popolazione dei Paesi baltici, sommata, raggiunge poco più della metà degli abitanti della Grecia. Si tratta, quindi, di economie veramente trascurabili. Ma vi è un altro fattore da tenere a mente: la crescita dei salari in tutti i Paesi baltici si è pressoché azzerata. Si sta recuperando competitività sull’export grazie alla svalutazione interna, cioè al taglio dei salari dei lavoratori dipendenti, invece che sulla svalutazione esterna (cioè manovrando il tasso di cambio). Una compressione dei salari di lungo periodo è forse più sostenibile politicamente in Paesi piccoli e coesi da un punto di vista socio-economico, ma pone dei grandissimi problemi in contesti come quello spagnolo o italiano.

In ogni caso, la peculiare situazione dei Paesi Baltici, pur con tutte le sue eccezioni, invita ancora una volta tutti a diffidare di qualsiasi assolutizzazione in campo economico e a guardare la realtà con occhio sempre critico.

(Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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