martedì , 20 febbraio 2018
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Le banche e la grande coalizione. Berlino teme l’unione bancaria

Articolo tratto dal mensile di Europae: “Kaiserin Angela? Merkel verso la riconferma, l’Europa aspetta”, n. 5  settembre 2013 (pp. 16-18). 

Scrive Robert Gilpin, nel suo celeberrimo manuale di Political Economy, che la Germania del dopoguerra si contraddistinse per lo sviluppo di un peculiare modello di capitalismo in cui finanza e grande industria risultavano legati a sorti comuni. Un modello di economia sociale di mercato fortemente corporativo, in cui il sistema di prestiti bancari rappresentava il pressoché unico canale di accesso al credito per le imprese. Benché dalla metà degli anni Ottanta banche e imprese si siano progressivamente orientate verso i capitali dei mercati finanziari, anche riforme particolarmente rilevanti come quella su controllo e trasparenza delle imprese del 1998 non hanno del tutto alterato il legame corporativo tra banche e sistema produttivo.

La ragione sta tutta nei numeri: Sparkassen e Landesbanken (casse di risparmio e banche regionali) hanno contato nel 2011 per il 41% del credito alle imprese tedesche e per il 42% dei depositi privati, secondo il rapporto annuale fornito dalla Deutscher Sparkassen-und Giroverband (DSGV), l’organismo federale rappresentante le banche pubbliche. Gli istituti di diritto pubblico, che costituiscono uno dei tre pilastri del sistema bancario insieme a quelli privati e cooperativi, siedono alla base della catena di approvvigionamento creditizio del Mittelstand, il complesso di piccola-media industria ad alto grado di innovazione che alimenta la competitività internazionale della Germania. La concatenazione si completa osservando la composizione azionaria di questi istituti: se la casse di risparmio non possono ricevere capitali dagli enti territoriali in cui operano, nei CdA delle banche regionali siedono i rappresentati dei Land di residenza, per tacere della partecipazione incrociata tra diversi istituti regionali.

Tali istituti, proprio in quanto entità di diritto pubblico, legano la loro attività a finalità sociali e di interesse pubblico, ma non disdegnano generosi sforamenti nel private banking. Il ruolo di creditori privilegiati delle industrie di piccole e medie dimensioni, infatti, è stato costruito negli anni grazie alla responsabilità illimitata degli enti regionali per la solvibilità dei rispettivi istituti, atta a garantire la continuità della loro funzione pubblica secondo il combinato disposto dei principi di Anstalslast e Gewährträgerhaftung, veri elisir di immortalità come emerge da uno studio di Giovanni Boggero (intervistato in queste pagine) per l’Istituto Bruno Leoni. A livello economico, ciò si è tradotto nel godimento di rating elevati e dunque nella capacità di rifornirsi di capitali a costi contenuti, prestando alle imprese a tassi altrettanto vantaggiosi.

Unico (ma gigantesco) neo in un quadro così virtuoso risulta la tendenza molto marcata all’azzardo, la dedizione ad attività speculative che poco hanno a che spartire con l’interesse pubblico e di cui la classe politica tedesca si è resa trasversalmente responsabile, dato il ruolo di controllo che lo Stato mantiene su circa il 45% del settore bancario nazionale. Un vizietto già coltivato in passato con dubbi investimenti immobiliari e oggi ravvivato grazie alla finanza derivata, ai mutui subprime ed ai più svariati asset tossici di cui le banche tedesche – in particolare quelle locali forti della garanzia pubblica – si sono dimostrate particolarmente ghiotte. L’agenzia Reuters ha fatto loro i conti in tasca, scovando titoli tossici per 638 miliardi di euro, di cui oltre 220 nei bilanci degli istituti di Nord-Reno Westfalia, Schleswig-Holstein, Baden-Württemberg e Baviera. Istituti che, sempre secondo Reuters, si preparano ad aumenti di capitale per 3 miliardi di euro destinati allo schema di protezione dei depositi, come richiesto dalle nuove norme comunitarie.

Un’esposizione al rischio scaricata direttamente sui contribuenti tedeschi, chiamati a risanare le casse di questi enti attraverso le generose iniezioni di liquidità garantite dal governo: il New York Times, citando dati della Commissione Europea, ha ricordato in un editoriale agostano che, secondo solo al bailout britannico, il salvataggio delle banche tedesche (tra cui la nazionalizzata Hypo Real Estate e Commerzbank di cui il 25% è ora in mano statale) è costato ben 646 miliardi di euro alle casse tedesche. Tra i beneficiari, tra gli altri istituti, la West LB di Düsseldorf per 11 miliardi e la Bayern LB per 10 miliardi. Aiuti di Stato finiti sotto la lente d’ingrandimento della Direzione Generale per la concorrenza della Commissione Europea, chiamata già negli anni ’90 a pronunciarsi sulla compatibilità con i Trattati europei delle garanzie di cui godevano le banche pubbliche e poi intervenuta per eliminare la responsabilità patrimoniale illimitata in capo agli enti locali.

Quando la stessa Commissione presentò nel giugno 2012 la proposta per la creazione di un’unione bancaria che concorresse a spezzare il circolo vizioso tra banche e debito sovrano, ci si poteva aspettare una reazione positiva da parte di Berlino, vista la sofferenza delle proprie banche. Angela Merkel e il suo ministro delle finanze Wolfgang Schauble hanno invece stupito, piantando paletti severi prima sulle modalità di funzionamento del meccanismo unico di vigilanza in capo alla BCE, poi sulla compatibilità con i Trattati del meccanismo unico di risoluzione per le banche in crisi di solvibilità.

Come hanno reagito Peer Steinbrück e la SPD, rivali della Merkel e della coalizione CDU/CSU nella corsa al cancellierato? Chi si attendeva che il candidato socialista ponesse tra i cavalli di battaglia l’avanzamento dell’unione bancaria è rimasto deluso. Silenzio quasi totale sul tema da parte dei due candidati, con la Merkel intenta a mantenere il punto e Steinbrück forse ancora memore di quando nel 2001, allora Ministro delle Finanze in Nord-Reno Westfalia, si apprestava a trattare con la Commissione Europea per la difesa delle garanzie pubbliche sulle Landesbanken.

Una “grandissima” coalizione tra CDU e SPD quindi (senza trascurare i liberali della FDP), per cercare di evitare il nodo spinoso delle sofferenze bancarie proprio in quella campagna elettorale dal cui esito l’Unione Europea si attende segnali importanti sul futuro prossimo dell’unione bancaria. Berlino teme che la vigilanza affidata ad un ente esterno possa scoperchiare un sistema corporativo in cui la politica contempla tanto il sostegno al tessuto industriale quanto l’investimento speculativo. Una realtà fortemente discriminatoria nei confronti degli istituti privati, ma soprattutto distorsiva del mercato unico e delle norme di concorrenza, soprattutto per quanto riguarda il costo della raccolta di capitale, come sottolineato da Luigi Zingales sulle pagine del Sole24Ore.

Eppure, per difendere questo sistema Berlino è pronta a tutto, persino ad ostacolare la costruzione di un sistema di risoluzione unico europeo – e dunque a preferire forme di intervento pubblico gestite da regolatori nazionali con denaro dei propri contribuenti – subordinando il proprio assenso alla riforma dei Trattati. Il nodo del contendere è l’entità dei poteri della Commissione in quanto gestore del meccanismo d’intervento che dovrebbe poter contare su 55 miliardi, pari all’1% dei depositi garantiti delle banche europee. Ruolo inizialmente pensato per la BCE e poi affidato proprio alla Commissione, istituzione super partes rispetto ai governi, proprio per la titubanza di Berlino a cedere all’Eurotower ulteriori compiti extra statuto. Insomma, in gergo calcistico, palla lunga per perdere tempo.

La politica tedesca ha le sue ragioni: come nota ancora il New York Times, il bailout tedesco è costato “solo” il 25% del prodotto interno. Cinicamente, la Germania può permettersi di salvare le proprie banche. Perché rischiare di mettere in discussione uno dei punti forti della propria competitività internazionale per correre in soccorso di quei Paesi che non sono in grado, come la Germania, di salvaguardare in autonomia i propri istituti di credito?

La miopia di un simile ragionamento è evidente. Il drenaggio di risorse pubbliche verso gli istituti bancari in tutta Europa ha fatto mancare un sostegno importante al tessuto produttivo: l’esaurirsi del credito alle imprese, l’elevato livello di tassazione in alcuni Paesi, l’alta disoccupazione hanno reso il mercato europeo poco appetibile anche per la Germania, che ormai da qualche mese vede i consumi interni decisamente più in salute del proprio export. L’unione bancaria rappresenta quella garanzia minima di rispetto delle norme del mercato unico e di responsabilità nei confronti di contribuenti già duramente provati dalla crisi e ormai ai ferri corti con il sistema bancario. Non da ultimo, l’accondiscendenza verso gestioni “allegre” delle banche regionali non è certo prova di coerenza per chi, come Angela Merkel, difende i denari tedeschi dagli spendaccioni ellenici poi non così dissimili nei fatti da alcuni spericolati manager teutonici. Se i panni sporchi si lavano in famiglia, insomma, le banche si salvano a casa propria. Per quanto ancora, Frau Kanzlerin ?

In senso orario, le sedi di BayernLB (Monaco), Norddeutsche LB (Hannover), LB Baden-Wurttemberg (Karlsruhe), NRW-Bank Dusseldorf 

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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