lunedì , 19 febbraio 2018
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Le banche europee: derivati e mal di pancia

La crisi economica e finanziaria iniziata nel 2007 implica numerose riflessioni riguardo il nostro sistema economico, finanziario e sociale. Dal settembre 2007, quando sugli schermi televisivi scorrevano le immagini dei dipendenti di Lehman Brothers costretti a imbracciare scatole di cartone, il derivato finanziario è entrato a far parte del comune sentire, spesso presentato come uno strumento tanto complesso quanto malvagio di cui l’ingegneria finanziaria si serve per arricchire banchieri avidi e incapaci. Non è di grande aiuto anche la retorica politica, che spesso rincara la dose definendo i derivati “un bel problema” la cui soluzione passa per la loro proibizione o limitazione – qualsiasi cosa questo significhi – affinché non sia il loro elettorato a pagare le spese di un capitalismo fuori controllo.

Al di là di ogni demonizzazione, sembra opportuno precisare quale sia lo scopo di tali strumenti. I derivati servono infatti per proteggere un generico asset o un acquisto a termine dalle fluttuazioni di prezzi, tassi di interesse, tassi di cambio e, in generale, dal nervosismo del mercato. Il valore di un derivato riflette l’andamento di un determinato “sottostante” che può essere costituito da indici azionari e valutari ma anche da commodities come petrolio e cereali. Quella che nasce come una forma di copertura dal rischio, che permette di diminuire gli impatti delle oscillazioni di mercato, rende anche possibile amplificarli, permettendo di adottare posizioni speculative che procurino ingenti guadagni per piccoli variazioni di prezzo del sottostante. Nella finanza, il profitto deriva dal rischio. Questo significa che una massimizzazione del rischio attraverso operazioni di finanza strutturata è in grado di fornire allo speculatore la possibilità di conseguire grossi utili. O grosse perdite.

La questione però non è semplice come potrebbe sembrare, come dimostra quanto accaduto nel 2007 e il più recente scandalo italiano del Monte dei Paschi di Siena. L’ingegnerizzazione e l’umana creatività rendono un prodotto in apparenza semplice tanto complesso da sfuggire ai controlli. Essendo un derivato nient’altro che un lecito accordo tra due parti, tutto il mercato “over the counter” – cioè il mercato non regolamentato dei liberi scambi tra privati – può sopportare la creazione e la commercializzazione di un’infinita varietà di prodotti finanziari. Alcune delle innegabili cause della crisi dei mutui subprime furono l’incapacità delle società di rating di valutare correttamente le nuove tipologie di titoli che comparivano nei bilanci bancari, l’ignoranza degli istituti finanziari nel prezzarle, il lassismo degli organi di vigilanza nel porre un freno alle ondate speculative conseguenti  e il moral hazard di banchieri incapaci di resistere alla tentazione del frusciante facile.

A distanza di 6 anni dalla grande crisi, le banche europee sembrano non averne tratto quasi nessun insegnamento, se la soluzione è ridurre gli investimenti in finanza strutturata. Una ricerca di R&S Mediobanca sottolinea come l’esposizione in derivati sia in Europa superiore al 50% del PIL continentale. Riportiamo un dettaglio della ricerca.

Derivati2012

Il valore dei derivati posseduti da Ubs e Credit Suisse è più del doppio del PIL della Svizzera, il Paese in cui operano. Dunque una situazione ad alto rischio per i maggiori istituti finanziari europei.

Fanalino di coda della classifica sono Italia e Spagna, Paesi additati da sempre come poco evoluti finanziariamente. A detta di molti, l’impatto della grande crisi su questi due Paesi è stato più debole proprio a causa dello scarso interesse – o più probabilmente dell’incapacità – di operare su mercati complessi come quello dei derivati. Una fortuna non sufficiente, poiché l’evidenza mostra come siano stati proprio gli Stati del Sud Europa a pagare il prezzo più caro della recessione. Questa abissale differenza tra finanza italiana e svizzera sottolinea come il peso del sistema finanziario, segnalato dall’incidenza dei derivati negli attivi bancari, non rifletta una misura sincera del rischio potenziale. Il problema è piuttosto da ricercarsi nella mancanza di trasparenza delle operazioni condotte e nella quantificazione del rischio che sia basata non sul valore di mercato del derivato (come già detto, difficilmente prezzabile) e meno che mai sul nozionale sottostante, quanto invece nell’effettivo impatto che potrebbe avere sul capitale della banca. Si tratta di un’operazione, ad oggi, estremamente ardua.

La demonizzazione del derivato non ha sortito alcun effetto, se non accendere l’astio verso banche troppo poco attente alla concessioni di crediti verso l’economia reale. Sarebbe più opportuno calmare la febbre speculativa, ossia limitare la possibilità di esposizioni troppo rischiose da parte degli istituti finanziari. Per farlo esistono due strade: la tassazione e la regolamentazione. La prima strada richiama la Tobin Tax, ossia la tassa sulle transazioni finanziarie, il cui scopo è disincentivare la marea di compravendite di titoli e derivati sui mercati regolamentati. Esiste poi la seconda soluzione, ovvero la previsione di una soglia nel rapporto tra posizioni in derivati e patrimonio. Perché è proprio il patrimonio il nodo cruciale: i recenti avvenimenti ci insegnano che banche sottocapitalizzate e con alti livelli di indebitamento sono nient’altro che giganti dai piedi di terracotta di fronte a qualsiasi soffio di vento. Un altro insegnamento da non ignorare.

L' Autore - Riccardo Barbotti

Webmaster e Redattore - Dottore in Ingegneria dell'Organizzazione d'Impresa al Politecnico di Torino, laureando magistrale in Ingegneria Gestionale. Nutro passioni variegate: tra le citabili, politica, tecnologia e letteratura. Per interesse personale e per formazione scrivo principalmente di economia e finanza; inoltre - per gli stessi motivi - curo il sito web di questa rivista.

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