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L’esempio che viene da Londra: la privatizzazione di Royal Mail

Dal 15 ottobre parte delle azioni della storica compagnia postale pubblica Royal Mail fluttuano liberamente nei listini della borsa britannica. Il governo Cameron ha deciso infatti di privatizzare parzialmente la società, offrendo sul mercato il 52,2% delle azioni. A qualche giorno dall’offerta pubblica iniziale, è possibile analizzare in modo più approfondito un’operazione che ha evitato ai contribuenti britannici nuove tasse e tagli alla spesa su sanità e istruzione.

L’idea di liberalizzare maggiormente il settore postale è nata durante i governi laburisti degli anni ’90 e nel 2006 il mercato britannico si è aperto agli operatori postali privati. Il crollo del monopolio ha generato una spinta all’efficienza e un calo dei prezzi a beneficio dei consumatori, ma nello stesso tempo ha cominciato ad insidiare la redditività della Royal Mail. Con la crisi economica del 2008 e il progressivo utilizzo delle tecnologie informatiche per comunicare (ad esempio la posta elettronica certificata), era ormai evidente che lo Stato avrebbe dovuto iniziare a pianificare un progressivo disinvestimento nella società. L’imponente deficit pubblico inanellato negli anni della crisi ha fornito la spinta finale all’avvio della privatizzazione.

A questo punto è iniziata la fase di pianificazione dell’operazione. Occorreva trovare un punto di incontro tra gli interessi di azionisti e dipendenti e garantire un buon introito per lo Stato. Gli analisti incaricati dal governo hanno stimato il valore di mercato dell’intero gruppo in una forbice compresa tra i 2,6 ed i 3,3 miliardi di sterline. Per massimizzare le entrate il governo ha deciso di accettare il valore più alto, assegnando il valore di 3,3 sterline a azione come valore di partenza. Per convincere i dipendenti a supportare l’operazione, si è deciso di assegnare gratuitamente a ciascuno di essi un pacchetto di azioni del valore di 2.200 sterline.

L’idea di fondo è buona, dal momento che da un lato si responsabilizza il dipendente divenuto comproprietario, mentre dall’altro lo si premia con i dividendi futuri generati da una maggiore efficienza. Purtroppo però, proprio per conseguire questa efficienza, il privato potrebbe tagliare numerosi posti di lavoro. E per il sindacato 2.200 sterline a lavoratore sono un misero contentino di fronte alla perdita di un posto di lavoro. Tuttavia il 99,75% dei dipendenti ha accettato di buon grado il pacchetto azionario. Tutti contenti? Assolutamente no. Nonostante l’accettazione delle azioni, l’80% dei dipendenti si è associato al sindacato nella proclamazione di uno sciopero di 24 ore il 4 novembre e ha rifiutato un ulteriore premio di 300 sterline.

Un altro fattore che ha alimentato la confusione sull’intera operazione è stato causato dalla negoziazione dei titoli in borsa. Nonostante il governo Cameron pensasse di avere fatto il pieno con l’incasso di 3,3 sterline ad azione, dopo una settimana di negoziazioni ciascun titolo ha raggiunto il valore di 5 sterline. Un rally che ha aumentato il valore delle azioni di più del 50% e teoricamente ha privato lo Stato di 1,7 miliardi di sterline aggiuntive. Tuttavia, l’enorme aumento dei valori ha premiato i lavoratori, che ora possiedono un controvalore di circa 3.300 sterline, e i piccoli risparmiatori.

L’enorme partecipazione di questi ultimi ha dato enorme lustro all’operazione, dato che nessuno può accusare lo Stato di svendita nei confronti di grossi gruppi. La strategia seguita dal governo ha mirato fin da subito a polverizzare le eventuali partecipazioni. 609.000 azionisti differenti con pacchetti da 749 sterline a testa (che ora valgono 1.100 sterline).

Quest’ultima strada è stata raramente seguita durante le privatizzazioni in Italia, i cui colossi pubblici sono spesso stati venduti a grossi investitori facilmente controllabili, ma totalmente inefficienti. L’esempio di Alitalia viene spontaneo, dal momento che nelle stesse settimane della privatizzazione inglese di Royal Mail, in Italia si è assistito ad una manovra neo-statalista con l’ingresso di Poste Italiane nel capitale della compagnia aerea. Nelle stesse settimane, sempre in Italia, si cercano le coperture per un primo timido taglio del cuneo fiscale e come al solito è difficoltoso trovare le risorse. Nonostante luci ed ombre l’esempio britannico è emblematico di una volontà di affrontare deficit e debito senza gravare su imprese e contribuenti. Un esempio che in Italia troppo stesso è stato ignorato.

In foto un dipendente di Royal Mail al lavoro (Foto: Kenneth Allen – Wikimedia Commons) 

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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