martedì , 14 agosto 2018
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L’impatto sociale e gli strumenti della finanza

C’è una Fondazione in Inghilterra (CAF – Charities Aid Foundation) che da qualche anno presenta un’interessante fotografia sulla propensione dei Paesi al volontariato e, più in generale, verso il prossimo. In questa vera e propria classifica, non sorprende di trovare ai primi posti Paesi come gli Stati Uniti d’America, il Canada e la Nuova Zelanda. Sorprende invece forse di più la presenza, nelle prime posizioni, di realtà come il Myanmar e lo Sri Lanka. Posizione giustificata invece dalla forte influenza, in questi Paesi, di una cultura e di una religione molto propensa a tendere la mano a chi chiede aiuto.

E in Europa? L’Irlanda, la Gran Bretagna, l’Olanda, la Norvegia, la Svizzera e l’Austria sono nelle primissime 15 posizioni, mentre l’Italia e la Germania risultano ricoprire la 21esima e 22esima posizione, superate anche dal Qatar, dalle Filippine e dall’Indonesia. Sostanzialmente il quadro europeo è soddisfacente, anche se ancora una volta a due velocità, visto che gran parte dell’Europa dell’Est scivola verso, ed oltre, l’80esima posizione.

Ma potrà mai anche la finanza essere al servizio di progetti a favore del sociale? In Italia le banche sono ancora al palo, nonostante interessanti studi e approfondimenti sponsorizzati da qualche Fondazione. Tra questi si segnala una recentissima ricerca incentrata sui Social Impact Bonds, strumenti finanziari che, attraverso la raccolta di capitali tra i privati, promuovono politiche pubbliche e innovative. Mentre però gli analisti di gran parte dell’Europa sono ancora alle prese con il fattore rischio e la difficile misurazione dei risultati attesi, il mondo anglosassone, in particolare Australia, Usa e Gran Bretagna, hanno già avviato progetti che riguardano principalmente il mercato del lavoro, quello sanitario e quello per il recupero dei carcerati, temi di stretta attualità in tutto il vecchio continente e non solo.

Sul lato Italia si segnalano timidi movimenti, rivolti in prevalenza al fronte dei Social Bonds (quindi senza “Impact) e a quello dell’“equity crowdfunding”, termine, quest’ultimo, la cui conoscenza e utilizzo è inversamente proporzionale alla sua presenza inflazionata nella letteratura. Materie certamente diverse, ma che rappresentano entrambe i primi passi verso attività che vanno a toccare direttamente i margini di intermediazione delle banche, nel primo caso, e che vedono, nel secondo caso, una diretta partecipazione del pubblico indistinto che, di fatto, disintermedia il ruolo delle banche.

Se dovessimo però entrare nello specifico, ancora oggi i Social Bonds italiani si presentano più come prodotti frutto di politiche di marketing finanziario che veri e propri mezzi di raccolta di risparmio dai privati volti a finanziare a tassi contenuti le realtà del terzo settore. Infatti, se si andasse ad analizzare le operazioni proposte in questi ultimi mesi, ci si accorgerebbe che sono sì finalizzate a rinunciare ad una parte del commissionale, ma che in realtà le somme raccolte con i collocamenti obbligazionari raramente ritornano tout court ad essere investite nel mondo del Non Profit.

Infine c’è il rivoluzionario strumento dell’equity crowdfunding (normato dalla Consob a luglio ’13), tentativo più o meno implicito di disintermediare il ruolo delle banche per far dialogare da subito l’imprenditore ed i privati che hanno in mano dei capitali. Insomma l’Europa si presenta a due, tre, troppe velocità anche su questo campo, ricordando il forte ritardo finanziario dei Paesi dell’Est, in parte dovuto ad una mancanza di background culturale in materia di “finanza evoluta”.

Ritardo che però riguarda anche l’Italia che, nonostante abbia mezzi e banche capaci di guidare una svolta, rimane ancora ingabbiata nella cultura del ricavo e nell’eterno ossimoro “stake and/or shareholders” che ancora tiene distinto il bilancio ordinario da quello sociale. Come non concludere rubando la famosa frase dello scrittore Khaled Hosseini (autore de “Il cacciatore di aquiloni”), “there is a way to be good again”?

Nell’immagine, un box per la raccolta fondi presso la basilica di St. Adelbert (© Steven Depolo, www.flickr.com).

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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