venerdì , 23 febbraio 2018
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Mario Draghi: salvatore o temporeggiatore?

All’indomani dell’ennesimo taglio dei tassi da parte della BCE, Mario Draghi è stato presentato, con toni quasi trionfalistici, quale alfiere della stabilità dell’eurozona e tutore dei Paesi periferici, in primis la “sua” Italia. Tuttavia, questa narrazione rischia di essere molto parziale, tenendo conto che poche ore prima dell’annuncio del calo del tasso di riferimento allo 0,25%, vi era stata una notizia forse più importante, ma subito passata in secondo piano: la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe aveva infatti “deciso di non decidere” sul delicato ricorso presentato dalla Bundesbank. La Banca centrale tedesca contesta la liceità costituzionale dell’OMT (Outright Monetary Transactions) il noto programma di acquisti illimitati promesso da Draghi nel luglio 2012, in piena crisi dell’euro, che ha avuto l’effetto di un forte tranquillante per i mercati.

Inutile dire che un’eventuale bocciatura avrebbe avuto un’eco dirompente, mentre una dichiarazione di liceità avrebbe messo all’angolo i “falchi” rigoristi di Berlino. Tuttavia, il rinvio della decisione al 2015 lascia tutto così com’è: Mario Draghi è la guida di un’Europa che sta cuocendo a fuoco lento sull‘in-decisionismo tedesco. Proprio nel momento in cui si richiederebbe una leadership forte, Berlino è divisa sulla politica da tenere verso il “Club Mèd”, a partire dal probabile nuovo “salvataggio” della Grecia che si imporrà nel 2014. Inoltre, anche politicamente la locomotiva d’Europa non è mai stata così “instabilmente stabile”. La Merkel è certamente più padrona che mai, ma l’accordo con la SPD sembra molto più difficile di quanto preventivato.

Il punto nodale è il disaccordo sulla direzione che lo sviluppo tedesco dovrà avere nei prossimi anni: la SPD e le altre forze di sinistra vogliono rilanciare la domanda interna, aumentando i salari e proponendo un generoso reddito di cittadinanza. La Merkel non è in realtà aprioristicamente contraria a queste misure, anzi, le ha sbandierate in campagna elettorale per accattivarsi l’elettorato più centrista. Tuttavia, è lecito invece sospettare che gran parte del mondo imprenditoriale tedesco, che ha costruito la sua fortuna grazie all’enorme surplus commerciale accumulato in questi anni, sia contrario e pronto ad appoggiare, nel caso la Grande Coalizione dovesse “virare” verso sinistra, anche i partiti anti-euro.

Ma anche se gli scenari più foschi non dovessero avverarsi, resta comunque un problema enorme per SuperMario Draghi: una politica monetaria espansiva ha senso se la Banca Centrale che la attua non ha la possibilità di acquistare i titoli sovrani sul mercato primario, come avviene negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Giappone? Per ora tale arcano è stato aggirato con l’utilizzo degli LTRO, (Long Term Refinancing Operations), che hanno assicurato liquidità a basso costo per le banche in cambio del fatto che esse ne investissero buona parte in titoli di Stato. Il rischio è che questo si riveli un gioco molto pericoloso, poiché può produrre – al massimo – una ripresa senza occupazione.

Le mosse espansive della BCE sono infatti poca cosa rispetto al “bazooka” dispiegato dalla FED americana: negli ultimi tre anni Bernanke ha comprato qualcosa come 85 miliardi di dollari al mese di Treasury bond e di titoli “rischiosi”. L’intervento americano è stato quantitativamente possente e cionondimeno ha prodotto una crescita incerta ed anemica, specie per quanto riguarda l’occupazione. La Bank of Japan dal canto suo ha premuto ancor di più l’acceleratore, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la domanda aggregata (consumi ed investimenti) e l’inflazione.

Viene difficile pensare che Draghi, assediato continuamente dalle preoccupazioni dei Paesi nord-europei circa un presunto rischio-inflazione, possa permettersi qualcosa di lontanamente paragonabile. Ma il tempo stringe: l’indice dei prezzi sta calando un po’ in tutta Europa, alcuni Paesi come la Grecia e il Portogallo sono già entrati in deflazione. Una crisi deflattiva in questo momento sarebbe un vero disastro per l’eurozona: la deflazione, ossia un abbassamento generale del livello dei prezzi dovuto alla scarsità di domanda, innescherebbe un ciclo ancor più pericoloso di quello che stiamo vivendo. I Paesi debitori si troverebbero con valori nominali “fermi”, ma con pesanti debiti in continuo aumento. Inutile dire che ciò avrebbe conseguenze politiche definitive sulla tenuta dell’euro. Ben presto la strategia di Draghi potrebbe rivelarsi troppo timida per le sfide che ci attendono.

In foto il Presidente della BCE Mario Draghi (Foto: Council of the European Union) 

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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