mercoledì , 21 febbraio 2018
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Per tutto il resto (non) c’è Draghi

Sharon BOWLES, Mario DRAGHI, Pablo ZALBA BIDEGAINNel pomeriggio di ieri, Mario Draghi ha tenuto la propria audizione presso la Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo. Pochi minuti dopo la conclusione del suo intervento, l’euro rallentava la sua corsa al rialzo scendendo a 1.3340 dollari dopo aver toccato –  l’1 febbraio – la quota 1,36, ai massimi da novembre 2011. Da quando, la scorsa estate, il presidente della BCE dichiarò che il suo istituto avrebbe fatto «tutto il possibile per salvare l’euro», la strada per trasformare la sua “moral suasion” in una sorta di potere taumaturgico si è fatta molto breve. Ieri Draghi, ad esempio, ha mostrato che i mercati funzionano ancora come ci si attende: se l’euro tornerà a cambi più favorevoli non sarà certo perché l’Eurotower avrà portato l’Europa in guerra contro dollaro e yen. Il mercato sa che l’Europa è in difficoltà – già vengono i sudori freddi pensando ai contenuti del Winter Forecast della Commissione Europea che Olli Rehn presenterà fra un paio di giorni – e l’inatteso rally del suo tasso di cambio, probabilmente causato da altri soggetti economicamente più deboli ma politicamente più scafati, non basta a mascherare la realtà. Se crescita sarà, lo vedremo solo da metà 2013 in poi – dice Draghi – ma fino a quel momento si continuerà sul cammino di recessione imboccato ormai dal secondo semestre 2012.

Mario DRAGHILa domanda interna è asfittica, il credito al consumo non accenna a riprendersi malgrado una politica monetaria che Draghi vuole mantenere “accomodante” sinché l’economia non dia segnali di risveglio. Niente a che vedere con le copiose iniezioni di dollari e yen di Federal Reserve e Bank of Japan, certo, ma le Outright Monetary Transactions sono già il massimo che il mandato della BCE le possa permettere; se non altro lo spettro inflazione è ben lontano dal manifestarsi e c’è margine per sostenere una politica rilassata, senza timore di bolle speculative o di corse nei prezzi. E’ anzi vero il contrario: come correttamente segnala Marco Valerio Lo Prete su Il Foglio, è la minaccia deflazionista a farsi più prossima. Malgrado Draghi tenga a ricordare come alcune banche abbiano già rifuso alla BCE la liquidità erogata a cavallo di 2011 e 2012, l’ex governatore di Bankitalia è onesto nell’ammettere che qualcosa nel meccanismo di trasmissione della politica monetaria all’economia reale è andato storto. I tassi allo 0,75% e l’allargamento dei collaterali accettati dalla BCE non hanno agito sul grado di avversione al rischio degli istituti bancari di alcuni Paesi, mentre in Germania – ci ricorda ancora Lo Prete – le banche fanno a gara per prestare il proprio denaro al formidabile comparto industriale del Mittelstand, fiore all’occhiello dell’export tedesco.

Altro che guerra valutaria, l’Eurozona ha ancora bisogno di fare ordine in casa propria: le strette sul rigore finanziario operate a suon di tasse, senza agire sulla spesa pubblica, hanno fiaccato l’economia dei Paesi già più in difficoltà e la fiducia del sistema bancario verso comparti industriali schiacciati dalla pressione fiscale così non può ritornare. E’ l’eterno ritorno della lotta per la competitività: Draghi invita i governi nazionali ad agire su quelle riforme che mai nessuna politica monetaria potrà sostituire. Nemmeno il più azzardato lassismo di una banca centrale può agire laddove l’imposizione fiscale stressa il reddito d’impresa per oltre il 50%. Non c’è da stupirsi se la Francia, che paga un gap di venti punti di pressione fiscale rispetto alla Germania, teme di non poter sostenere un tasso di cambio che è pur sempre in linea con la media a due anni di 1,3378 e che due anni fa arrivò a toccare 1,48. Poi sono arrivate le ondate di Qe, Operation Twist e affini, mentre le banche europee furono impegnate a calmierare gli spread comprando titoli di Stato con la liquidità della BCE. L’Eurotower, si dirà, poteva e dovrà ancora forzare la banche a prestare alle imprese. Vero. Com’è vero che anche i falchi del rigore avrebbero potuto accelerare l’entrata in funzione dello European Stability Mechanism, per dotare il sistema bancario di un suo prestatore di ultima istanza, lasciando la BCE a guardia dell’inflazione e i governi al risanamento dei propri conti.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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