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© Olga Reznik Flickr

Petrolio, prezzi sempre bassi: la Russia ha finito il carburante ?

Dallo scandalo FIFA, all’EXPO e alla crisi in Ucraina, la Russia è al centro delle più disparate controversie internazionali e il Presidente Vladimir Putin si presenta come uno dei protagonisti principali di questi mesi. Parallelamente, alimentando un contesto geopolitico già caldo, il ribasso del prezzo del petrolio ha determinato un rallentamento dell’economia russa che sembra minare la tenuta della struttura socio-istituzionale del paese.

Svolgimento e propagazione della crisi

Tra gennaio e novembre 2014 il prezzo del combustibile fossile è crollato, passando da 100 a 60 dollari al barile. Conseguenza di complesse ragioni economiche e geopolitiche, tale fenomeno ha influito su gran parte dei produttori e, in particolare, sull’economia russa che ha registrato tra il 2014 e il 2015 una caduta del PIL reale del -4%. In contemporanea una crisi valutaria ha colpito violentemente il Paese negli ultimi mesi del 2014, risultato della rapida degenerazione dell’intero meccanismo di stabilità finanziaria e monetaria che ha coinvolto in maniera sistemica anche l’Europa dell’Est e la Regione Centro-Asiatica. A seguito di ciò le riserve valutarie sono crollate da più di 500 a 380 miliardi di dollari, un ammontare rassicurante se non fosse che solo 150-160 miliardi sono liquidi, appena sufficienti a far fronte alle passività nei confronti dei creditori internazionali. Il rublo ha subito un forte deprezzamento rispetto al dollaro passando da 33 a 70 rubli per dollaro da giugno 2014 a gennaio 2015, complice anche un downgrade del credit rating russo da parte di Moody’s e Standard&Poor’s. La perdita di valore di molti dei titoli russi sottolinea, infatti, la perdita di fiducia degli investitori internzionali verso il complesso meccanismo di interdipendenza fra le finanze russe, le partecipazioni governative in molti dei settori strategici dell’economia, tra cui quello energetico, e forse la Banca Centrale Russa. L’inflazione, infine, ha toccato picchi del 16% nel corso del 2015, data la sfiducia generale nella valuta nazionale a partire dai singoli commercianti.

Effetto petrolio: la misura dell’impatto

Quanto il ribasso del prezzo del petrolio sia stato determinante rispetto ad altre tensioni nell’economia russa è difficile dirlo. A livello strutturale, le debolezze nella finanza e nella politica monetaria russa risalgono forse alla crisi finanziaria del 1998, sintomo di una scarsa capacità di mettere in atto cambiamenti capaci di rafforzare l’efficacia di tali leve economiche. Nel contingente, invece, la caduta del Pil sconta gli effetti della crisi in Ucraina e delle misure restrittive europee sui prodotti finanziari. Divisa fra la difesa del tasso di cambio e delle proprie riserve valutarie, la Banca Centrale Russa, inoltre, non sembra essere riuscita a mantenere un comportamente univoco necessario per contrastare la sfiducia dei mercati, e arginare la crisi valutaria. In tale convergenza di cause, il ribasso del prezzo del petrolio si innesta in un’economia già indebolita dalle sanzioni, così come il deflusso dei capitali europei, a seguito del rafforzamento delle sanzioni, si rafforza in una generale sfiducia verso un Paese in cui gli Idrocarburi contribuiscono a più della metà del budget federale e a due terzi dell’export.

La durata dello shock

Alla luce della valutazione degli attori economici internazionali, considerazioni relative all’orizzonte temporale sono necessarie per misurare come tale shock influirà sul ciclo economico dell’intera regione, sulla bilancia dei pagamenti, sul potere di acquisto delle famiglie e sulla capacità di incentivare gli investimenti a partire dal settore energetico. Tali effetti ancora una volta non esulano da considerazioni politiche e dalla capacità russa di negoziare il prezzo del petrolio con gli altri Paesi produttori, principalmente quelli dell’OPEC e l’Arabia Saudita in particolare. La difficoltà di misurare gli effetti dinamici dello shock è percepita sia dalla volatilità del prezzo del West Texas Intermediate, sia dalle previsioni delle di Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e BCE.

Le reazioni Internazionali della Russia

Alla necessità di far fronte alla debolezza strutturale del Paese verso il contesto internazionale corrispondono difficoltà sul versante interno. La debolezza del tessuto istituzionale e l’influenza dei giganti dell’energia, per esempio Gazprom e Rosneft, potrebbero rendere difficile il consolidamento fiscale e la diversificazione dell’export. Dati i rischi sul fronte interno, la ricerca governativa di consenso si rivolge di nuovo a cercare con decisione partner commerciali fuori dalla sua tradizionale area d’influenza Est Europea e Centro Asiatica, in gravi difficoltà per le stesse ragioni russe, nel tentativo di spezzare o quanto meno indebolire il fronte europeo delle sanzioni.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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