giovedì , 16 agosto 2018
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Privatizzazioni: una via giusta per uscire dalla crisi?

In numerose uscite pubbliche il premier italiano Enrico Letta ha suggerito un’imminente iniziativa del governo per agevolare le privatizzazioni, facendo riferimento in particolare ad Enel, Eni, Poste e Finmeccanica. L’argomento a favore delle privatizzazioni è logicamente inattaccabile: vendere quote del patrimonio pubblico permette di ridurre, in maniera quasi istantanea o comunque in un breve periodo, l’ingombrante debito pubblico, che negli ultimi anni – nonostante le politiche di austerità seguite dal governo Monti – non ha accennato a diminuire, raggiungendo la ragguardevole soglia del 130% sul PIL.

La dismissione di enti, banche e imprese pubbliche non sarebbe, peraltro, una novità: nella storia recente, a partire dal 1992 fino ai primi anni del Duemila, l’Italia, nonostante la vulgata secondo la quale sarebbe uno dei Paesi più statalisti d’Europa, ha svolto una massiccia opera di privatizzazione, anche sotto la spinta delle autorità comunitarie. Si pensi ad esempio all’IRI e numerose banche, come Banco San Paolo di Torino o al Banco di Napoli, o a una grande azienda dell’editoria come Seat. Durante il decennio di privatizzazioni furono vendute, in più tranche, le quote di società che oggi sono proprio nel mirino di Letta, come Enel e Poste, anche se la controversa regola della “golden share” permette al Ministero dell’Economia di mantenere una certa importanza nell’assetto societario.

Visto che si profila una nuova tornata di privatizzazioni, analizziamo quello che sta accadendo in Grecia, dove tale cura è stata proposta dalla Troika (BCE, FMI e Commissione Europea) sin dal 2010. Il quadro che ne emerge è piuttosto chiaro: ad oggi le privatizzazioni sono state pochissime e nell’opinione pubblica vi è stata una forte contrarietà ad ogni cessione di enti pubblici ritenuti strategici. Tale scetticismo pare inoltre supportato da una crescente schiera di economisti critici con l’impianto teorico a sostegno delle privatizzazioni.

Il programma di privatizzazioni -coordinato dall’Ente nazionale per la Valorizzazione delle Proprietà dello Stato (Taiped) – ha l’obiettivo di incassare 19 miliardi di euro entro il 2015 e 50 miliardi entro il 2020. Taiped ha programmato di completare entro la fine del 2014 tutte le vendite di aziende statali come Opap (la società che gestisce le lotterie), le Poste elleniche, Depa (azienda del gas), Desfa (gestore della rete del gas) e la concessione a privati di infrastrutture come porti, aeroporti ed autostrade.

Tuttavia, attualmente i risultati raggiunti sono stati miseri: perfino l’asta di Depa, uno dei gioielli più appetibili in quanto operatore nazionale del gas naturale, è stata disertata. In poco più di un anno e mezzo di esistenza di Taiped, sono state approntate solo tre operazioni, mentre sul ponte di comando si sono succeduti ben tre manager. L’ultimo si è dimesso ad agosto perché scoperto in viaggio a bordo del jet privato del miliardario greco Dimitris Melissanidis, colui che si è aggiudicato il già citato Totocalcio greco, l’Opap. Proprio lo scandalo Opap ha messo in luce uno delle conseguenze più temute delle privatizzazioni: il fatto che abili manager privati possano mettere le mani su aziende pubbliche in virtù del loro rapporto privilegiato con le autorità che sovraintendono al piano di privatizzazioni.

Ma ci sono altri timori ancora più dilanianti: il rischio che la Grecia divenga terreno di conquista di capitali stranieri (in particolare asiatici e russi) è molto sentito, specie dopo che Desfa ha ricevuto un’offerta dal gruppo petrolifero statale dell’Azerbaijian. E’ evidente che le forze nazionaliste non possano che lucrare elettoralmente da uno scenario di svendita delle risorse energetiche nazionali, potendo presentare i politici attualmente al governo (anche in Grecia ci sono “larghe intese”) come un insieme di inetti intenti a fare cassa con le risorse della Grecia.

Oltre all’aspetto politico, vi è poi la fondamentale domanda riguardo l’effettiva utilità delle privatizzazioni per l’economia reale. Si nutre qualche dubbio circa la bontà di un programma di privatizzazioni in un Paese già prostrato da una profonda recessione: se chi vende (lo Stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. Vista da Atene, la strada intrapresa da Letta appare tortuosa e, soprattutto, rischia di portare su un binario morto.

In foto il Direttore del Monitoraggio dei Progetti Internazionali di Depa,  Dimitrios Manolis, a una conferenza nel giugno 2013 (Foto: Depa Media Center)

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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