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Lo skyline di Doha © Nakanishi Flickr

Qatar, le prospettive tra isolamento e vulnerabilità

L’aeroporto di Doha rappresenta un’immagine suggestiva del significato del Qatar come hub globale. Al centro delle tratte che collegano Europa e Estremo Oriente, esso si integra allo stesso tempo con il dinamico mutamento della città circostante e, idealmente, con la passata vocazione del Medio Oriente stesso: il grande perno fra i due estremi del continente. La varietà di nazionalità e di etnie che affollano le ampie sale è preservata  proprio dalla condizione precaria e temporanea dei viaggiatori stessi e dalla sua natura di non-luogo. Sembra difficile immaginare come questo aeroporto possa rappresentare un simbolo di isolamento. Eppure, oggi le comunicazioni con i paesi limitrofi sono interrotte e il microcosmo dell’aeroporto è paradigma a suo malgrado di ciò che accade nell’intero paese. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno interrotto i rapporti con il Qatar, colpendo indirettamente una identità che fa del proprio ruolo di tramite finanziario ed energetico con il mondo esterno il proprio principio cardine.

Cavalcare il ciclo o affondare

Esterno e sottosuolo, tali dimensioni reggono l’equilibrio economico della piccola monarchia. Dominante e` il settore estrattivo; petrolio, ma anche gas naturale. Ciò, non di meno, rappresenta un’arma a doppio taglio: Il settore ha natura fortemente pro ciclica tale quindi da muoversi in direzione del ciclo economico interno ampliandone le sue fluttuazioni.

Il settore, inoltre, sul piano internazionale, dipende da dinamiche che esulano dalla sfera politica. Tensioni interne e intorno all’Opec sembrano incrociarsi sempre di più con gli equilibri geopolitici internazionali e medio-orientali. Basta quindi uno shock, un’ondata ben assestata, per ribaltare un equilibrio decennale e lo Stato, percettore dei guadagni da risorse e timoniere lungimirante, individua cosi misure che facciano fronte a future tempeste.

Per questo il Qatar Investment Authority investe, come fondo sovrano, gli ingenti proventi da petrolio in partecipazioni finanziarie nelle maggiori realtà economiche europee: Barclays, Volkswagen, Harrods, Total, Vivendi, Orange sono solo alcune delle realtà economiche in cui il Qatar ha partecipazioni. La Banca centrale, parallelamente, investe in un paniere di valute il surplus commerciale al fine anche di contenere il possibile le spinte inflazionistiche dovute all’andamento del prezzo degli idrocarburi.

Infine, investimenti interni, pari quasi al 10% del PIL, in edilizia, in tecnologia, ma anche in risorse energetiche al petrolio, il Gas naturale per esempio, dovrebbero assicurare uno sviluppo sostenibile dell’economia.

Squilibri negli equilibri

Con un peso del commercio estero del 92% sul Prodotto interno lordo, il commercio estero rimane quindi il punto di riferimento per regolare i propri squilibri economici.

Vi e` pero` ancora una volta il rovescio della medaglia. L’esposizione, ancora una volta a dinamiche che economiche non sono. Estero vuol dire condividere con lo scomodo vicino sciita, l’Iran, l’immenso giacimento di metano al largo del Golfo Persico. Occasione di affrancarsi economicamente, ma anche diplomaticamente dei propri partner Opec, tale risorsa può innescare facilmente invidie e sospetti proprio di quest’ultimi.

Estero vuol dire, anche, ostracismo e tensioni con i vicini per sospette simpatie nei confronti delle posizioni dei Fratelli Musulmani e per divisioni interne alla confessione Sunnita.

Estero e apertura sì, dunque, per bilanciare la maledizione da oro nero, ma proprio in tale bilanciamento, ecco rispuntare proprio quei rischi da cui si pensava di essersi allontanati.

Una strategia debole per il Qatar

Non vi è risk management che tenga. Almeno non se l’intera strategia di sviluppo e di diversificazione dell’economia estera e interna sembra ancora ruotare interno ai risultati sul mercato petrolifero. Alternativa rispetto al mercato degli idrocarburi, il resto dell’economia ricopre una parte minoritaria nel commercio nazionale: con un deficit netto rispetto all’estero, rimane immancabilmente dipendente per il suo sviluppo a ipotesi di stabilità del settore petrolifero e dai suoi acquirenti asiatici: Giappone, Sud Corea, India, Cina, estranei alle dinamiche Medio-Orientali.

Nemmeno il crescente mercato interno, così come le partecipazioni finanziarie nei colossi privati europei rappresenterebbero la salvezza del Qatar in caso di isolamento.Troppo esigue le prime, troppo volatile le seconde o, comunque, non tali da coprire l’irrilevanza dello stato nel commercio con l’Europa.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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