venerdì , 17 agosto 2018
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Photo © Abi Begum, 2016, www.flickr.com

Regno Unito: i costi della Brexit

Charles de Gaulle, pater patriae della quinta repubblica francese, opponendosi strenuamente all’entrata di quel restava dell’Impero Britannico nella Comunità Europea, lo definì come il “cavallo di Troia” degli Stati Uniti. Alle soglie del referendum che deciderà la permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione Europea, una sua eventuale uscita potrebbe realizzare la profezia del Generale: in una Troia in fiamme (l’UE) però, potrebbero trovare la loro fine anche gli arditi Achei (gli Inglesi).

Il lato economico

Molti scenari sono stati avanzati dagli analisti per misurare, nel caso della vittoria del “No”, l’impatto sistemico sull’Unione Europea. Il potenziale rivoluzionario del referendum e la molteplicità dei fattori in gioco, economici e politici, rendono però difficile prevedere l’esito finale sia nel breve che lungo periodo. Più prevedibile sembra essere lo shock sull’economia inglese.

A partire dall’adesione al Mercato Unico il Regno Unito è stato vincolato da una serie di trattati che hanno regolato il suo status di membro dell’UE e la sua posizione come attore internazionale. I costi potrebbero essere alti, riporta il Think Tank Bruegel. Il Regno Unito ha infatti una bilancia dei pagamenti in passivo per 139,5 miliardi e un’apertura commerciale pari al 59% del Pil, in cui il 51% degli scambi avviene con i membri dell’Unione, per il 4% con i Paesi che appartengono all’Area Economica Europea (EEA) e per il 30% con Paesi in Aree di Commercio Preferenziale o in fase di negoziazione in tal senso.

Il lato finanziario

Dal punto di vista finanziario, la situazione non è certamente più favorevole. Principale piazza per il mercato “over the counter” per i derivati sui tassi d’interesse e per il mercato forex fra euro e valuta straniera, il Regno Unito gode di una peculiare situazione anche per quanto riguarda l’integrazione globale del settore bancario.

In Inghilterra, in controtendenza rispetto al continente, il 32% degli asset bancari britannici sono infatti detenuti da attori internazionali contro il 17% detenuti da attori europei. Perno del sistema è il diritto di passaporto, che, concedendo il diritto di svolgere le proprie attività anche nel resto d’Europa a qualunque istituzione finanziaria lo richieda, conferisce al Regno Unito il ruolo di anticamera per il resto del continente.

Tra fattore umano e istituzionale

Certamente tutti questi trattati potrebbero essere rinegoziati, ma ciò richiederebbe costi e sforzi in termini politici, senza più una cornice comunitaria e con un potere negoziale minore. Inoltre, se l’aspettativa di lunghe negoziazioni burocratiche provocherebbe quasi certamente un reflusso del capitale finanziario, l’isolamento dai mercati internazionali potrebbe togliere linfa vitale al tessuto sociale britannico.

Alla posizione di intermediaria fra Stati Uniti e UE corrisponde infatti l’accentramento nella City delle sedi di molte istituzioni finanziarie europee, pubbliche e private. Grazie a questo elemento, la finanza londinese gode della convergenza di capitale umano, largamente multinazionale, detentore materiale della conoscenza tecnica e operativa dal punto di vista finanziario. Anche in tal caso però, il voto negativo e l’incertezza che ne deriverebbe, sommato a una politica sull’immigrazione più restrittiva, potrebbero rappresentare un disincentivo sufficiente a invogliare molti operatori a spostarsi in altre piazze.

Viene il sospetto che il gioco della Gran Bretagna derivi da una grande illusione. La pretesa, infatti, di essere ancora al centro della congiunzione fra un sistema post-coloniale, il Commowealth, il sistema Atlantico, in virtù della “special relationship” con gli Stati Uniti, e quello Europeo, oggi non sembra avere più fondamento. Il Commowealth sembra ormai limitarsi a un ruolo di “soft power” abbastanza annacquato nei confronti delle ex colonie, mentre non è sicuro che America e Europa, soprattutto in caso di voto negativo, vorranno mantenere il rapporto con la Gran Bretagna.

Il Regno Unito è ottimista in virtù del suo presunto ruolo di baricentro fra i sistemi. Forse però non fa i conti con l’ipotesi che i due continenti, sia che ne scaturisca una polarizzazione che un avvicinamento fra di essi, possano a questo punto comunicare autonomamente senza bisogno di una piccola isola come mediatrice.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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