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Renzi, promemoria da Bruxelles: “debito pubblico rischio per ripresa”

Che non fosse luna di miele tra il governo Renzi e l’UE lo si era capito già una settimana fa alla presentazione dei Winter Forecast della Commissione Europea, ma quella arrivata ieri da Bruxelles è la conferma che il nuovo esecutivo italiano dovrà muoversi in un campo minato. Dalle osservazioni della Commissione (le in-depth review che aprono la procedura di monitoraggio degli squilibri macroeconomici), il Belpaese esce infatti malconcio, ma in buona (si fa per dire) compagnia: sono quattordici infatti i Paesi a sperimentare squilibri macroeconomici, che vanno da un’eccessiva posizione debitoria nei confronti dell’estero – Irlanda e Spagna, su tutte – al crescente deficit di partite correnti dovuto al crollo dell’export, come sperimentato da Francia e Gran Bretagna. C’è chi ha il problema inverso e, complice una domanda interna quantomeno contenuta, vede gonfiare i propri surplus: siamo in Germania, ma anche nei Paesi Bassi e in Svezia.

E poi c’è l’Italia, che fa meglio (peggio) di tutti e si distingue per quel temuto aggettivo, “eccessivo”, posto di fronte a “squilibrio” nei resoconti pubblicati ieri dalla DG ECFIN: produttività stagnante, competitività ai minimi termini per quanto riguarda i costi (salari, tassazione su lavoro e impresa), ma anche per ciò che attiene il potenziale innovativo delle proprie imprese, burocrazia e giustizia civile inefficienti e inaffidabili, un sistema bancario ora sottodimensionato e un’istruzione carente che si riflette nella scarsa specializzazione del capitale umano. I campanelli d’allarme suonano, e forte, con quel debito pubblico che raggiungerà quest’anno il suo massimo (133,7% in rapporto al PIL), rischiando di compromettere gli sforzi di aggiustamento fiscale sinora compiuti. Beninteso: nulla di nuovo e che il neo premier non si sia già impegnato ad affrontare. Da ieri, lo farà sotto lo sguardo ancora più attento dei tecnici della Commissione e con lo spettro di una nuova procedura d’infrazione, se entro l’estate il governo non avrà attuato le “decise azioni politiche” richieste dall’esecutivo UE.

Dello stesso tono sono anche i moniti rivolti alla Francia, sempre più candidata al ruolo di nuovo malato d’Europa, cui è stata relegata dall’immobilismo di Francois Hollande: il sistema economico cede competitività a vista d’occhio, e insieme ad esso quote di mercato per effetto di un export indebolito dall’elevato costo del lavoro. Un concentrato di elevata contribuzione sociale e di salari elevati, non compensati da adeguata produttività, che abbatte i margini di redditività (e potenziali investimenti) delle aziende francesi. Ne scaturisce un quadro molto simile a quello italiano, in cui è la scarsa competitività sui fattori non di costo a depotenziare la crescita d’Oltralpe.

Carenze cui entrambi i Paesi potrebbero far fronte con maggiori investimenti pubblici e privati, in particolare in ricerca, sviluppo e innovazione, se non fosse per quel maledetto percorso di consolidamento fiscale che, in contesto di bassa crescita, continua a paralizzare due delle maggiori economie europee: in Francia il deficit fluttuerà ancora attorno al 4% ancora nel 2014-2015 e gli interventi di riduzione di tasse e spesa pubblica sinora emanati (20 miliardi di sgravi fiscali per nuove assunzioni e aumenti salariali) sono poca cosa. In Italia l’elevato rapporto debito pubblico/PIL, in assenza di terapie shock per agire sul denominatore, dovrà essere ritoccato ancora a suon di avanzi primari, tra il 3% ed il 5% per garantire anche il rientro nei parametri di Maastricht.

Il lavoro rimane comunque la priorità e, almeno per l’Italia, la Commissione si spinge anche a fare proposte di policy,  su tutte la contrattazione aziendale, “uno strumento più efficace – recita il documento – per legare l’andamento dei salari alla produttività e tenere sotto controllo le dinamiche locali dell’occupazione”, un’azione sul cuneo fiscale e una riduzione delle tasse sui fattori produttivi.

L’economia europea, quindi, è nelle mani dei suoi giganti: Italia e Francia, ma anche Spagna e Germania. Alla prima la Commissione chiede di consolidare il buon percorso di riforme e (modesta) crescita con ovvia attenzione alla disoccupazione dilagante, ma è a Berlino che si domanda, anche se un po’ sottovoce, di tornare ad agire da locomotiva d’Europa. Il surplus di partite correnti rimane una realtà destabilizzante nei confronti dell’eurozona, che patisce la debole domanda interna tedesca: non una novità, vero Frau Merkel ?

In foto, Olli Rehn alla conferenza stampa di presentazione del Winter Package (foto: European Commission – 2014)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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