giovedì , 16 agosto 2018
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riforma del lavoro
Le proteste di Nuit Debout © Pierre-Selim - www.flickr.com, 2016

Riforma del lavoro in Francia: un nuovo Jobs Act?

É difficile non vedere un parallelismo fra il caso francese e il caso italiano: entrambi i Paesi infatti hanno assistito a una profonda crisi sociale interna e, parallelamente, a un perdita progressiva di peso nel sistema economico e politico internazionale. L’emergere della Nuit Debout, la “Notte in Piedi”, movimento sociale di protesta che ha scosso la Francia in questi mesi, sembra infatti dimostrare che la tensione sociale non è solo limitata alle Banlieues parigine, ma è parte di un malcontento esteso ad ampi strati della popolazione.

Ad accendere la miccia, infatti, sembra essere stato il progetto di riforma del mercato del lavoro, elaborato sotto la guida del Ministro del Lavoro, Myriam El Khomri. Certo, poi, la vicinanza degli Europei di Calcio ha reso la situazione una miscela ideale per un’esplosione che rischia di trasformare l’evento da potenziale vetrina internazionale per la Francia, nazione ospitante, in una breccia su tutte le debolezze e fragilità nazionali.

Gli squilibri macroeconomici

Secondo il Capo dello Stato François Hollande tale riforma è necessaria. Sarebbe una risposta agli squilibri nel mercato del lavoro che l’OCSE in un suo recente report ha indicato come una delle cause della scarsa competitività nazionale. L’economia infatti sembra essere afflitta principalmente da un mix di elevata protezione del mercato del lavoro, un alto cuneo fiscale e un elevato salario minimo, a cui corrisponde, d’altra parte, uno scarso grado di mobilità sociale.

Questo spiegherebbe gli elevati livelli di disoccupazione, attestata al 10,5% nel 2015, e il crescente numero, ben al di sopra della media OCSE, dei giovani, tra i 20-24 anni e i 25-29 anni, ricadenti nella categoria dei NEET, ovvero coloro che non si trovano occupati o non svolgono nessuna attività di formazione.

Gli elementi della riforma del lavoro

Le novità principali sarebbero l’istituzione del Conto Personale di Attività (CPA), una maggiore facilità nella contrattazione collettiva e una semplificazione del licenziamento per motivi economici. Il bilanciamento sociale è chiaro. La riforma renderebbe più facile e chiarificherebbe le modalità di licenziamento non solo in caso di fallimento, ma anche in caso di ristrutturazione aziendale, permettendo una maggiore crescita per le Piccole Medie Imprese.

D’altra parte il Conto Personale di Attività, sommato al rafforzamento della contrattazione sindacale collettiva, rafforzerebbero la posizione del dipendente internamente all’azienda e al di fuori di essa. Il CPA, infatti, affiancato al conto personale di formazione e a quello di prevenzione, abbasserebbe per i dipendenti i costi di uscita aziendale, creando una rete di sicurezza che agevoli la crescita professionale, a prescindere dal fatto che la vita lavorativa si svolga continuativamente nell’ambito di una singola azienda.

A questo, infine, si dovrebbe affiancare il programma “Embauche PME”, finalizzato all’assunzione presso piccole medie imprese di lavoratori a tempo determinato e, soprattutto, indeterminato. Questa avverrebbe tramite una serie di finanziamenti che dovrebbero coprire tutto o in parte la quota dei contributi assistenziali che l’impresa versa per i propri dipendenti.

Una scommessa pericolosa

Difficile valutare una riforma ancora in fase di progettazione. L’esempio italiano può però rappresentare un punto di partenza per capire almeno che tipo di partita sta giocando il governo. Similmente alla riforma d’oltralpe, contratti a tutele crescenti, maggiore facilità nel licenziamento, a fronte di una liquidazione commisurata all’anzianità, sarebbero affiancati da un impegno attivo statale. Quest’ultimo si articola, poi, in sgravi fiscali in favore di contratti a tempo indeterminato, in misure di sostegno dell’imprenditorialità e in corsi di riqualificazione e reinserimento nel mercato del lavoro.

Se In tal modo positivo la riforma costituirebbe il riconoscimento di una realtà di fatto, ovvero che il lavoratore e impresa non sono più uniti finchè pensione non li separi, i risultati rimangono comunque ambigui. Il costo, infatti, in termini politici e in termini finanziari, tra incentivi, decontribuzioni e reti di sicurezza, è materiale e contingente sia per un governo francese in crisi di consenso, che per uno Stato italiano vincolato dal debito. I benefici in termini di occupazione e mercato del lavoro flessibile sono, invece, lontani nel futuro, lungi dall’essere oggetto di valutazione.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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