martedì , 20 febbraio 2018
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Il vice-presidente della Commissione Valdis Dombrovskis presenta l'EMU Package © European Union, 2015

Riforma dell’Unione Economica: il primo timido passo

Pubblicato poco prima del precipitare della crisi greca a seguito della rottura dei negoziati con i creditori, il Rapporto dei Cinque Presidenti sul futuro del’Unione Economica e Monetaria corse sin dalla sua nascita il serio rischio di venire superato dalla drammatica realtà della Grexit e dello spettro di una dissoluzione della moneta unica. L’accordo in extremis con Atene lo salvò dal baratro dell’irrilevanza, la proposta di riforma dell’Unione Economica presentata di recente dalla Commissione lo riporta pienamente in vita, cercando di dare applicazione alla road map che i presidenti delle quattro istituzioni Ue, cui si aggiunge l’Eurogruppo, hanno delineato per il futuro dell’Ue.

Deepening by doing“, aumentare l’efficacia dell’odierna architettura dell’UEM con i mezzi messi a disposizione dall’attuale impianto istituzionale, è l’obiettivo della prima delle tre fasi delineate dal Rapporto dei Presidenti, idealmente da concludersi nel 2017. Il pacchetto di cinque provvedimenti deliberati dal Collegio dei Commissari ne è l’attuazione pratica ma sono diversi i rilievi che possono essere avanzati dal punto di vista della sua efficacia.

Di necessità virtù

Che l’Unione Europea non possa permettersi di avventurarsi in una riforma dei Trattati è piuttosto evidente, così come sono chiari i margini di miglioramento del sistema di governance economica, che continua ad oscillare tra il principio di cooperazione intergovernativa previsto dai Trattati e la realtà di un sistema di controllo dei bilanci prevalentemente guidato dalla Commissione e regolato dai pacchetti legislativi noti come Two Pack e Six Pack. Contrariamente a quest’ultimi, la “fase 1” della riforma presenta un carattere non legalmente vincolante e, con una logica che ricorda quella schumaniana dei piccoli passi, si limita a promuovere una migliore convergenza delle economie dei Paesi membri, su cui poi erigere la seconda fase di completamento dell’UEM.

In quest’ottica va letta la proposta di revisione del semestre europeo, nel senso di una maggior peso specifico da attribuire alle raccomandazioni generali della Commissione per l’intera economia Ue, con una maggiore enfasi sugli aspetti sociali ed occupazionali, e le raccomandazioni per la creazione di cabine di regia nazionali per la competitività e gli aspetti di politica fiscale, cui si aggiunge la proposta per una rappresentazione unica dell’Ue presso il Fondo Monetario Internazionale.

Per la Commissione si profila sempre di più un ruolo di facilitatore delle riforme strutturali accanto a quello, ormai consolidato dal Semestre europeo, di “revisore” dei bilanci, mentre le leve di politica fiscale rimangono salde nelle mani degli Stati membri. Una tendenza, quella dell’Unione Economica e Monetaria, che pare rafforzare la percezione di quella parte di scienza politica che identifica lo sviluppo dell’Unione europea verso un modello di federalismo esecutivo, in cui la dialettica fra i diversi livelli di governo tipici di un sistema federale sembra riguardare solamente gli organi esecutivi, dell’Ue (la Commissione) e degli Stati membri (i governi rappresentati nel Consiglio europeo e nel Consiglio ECOFIN), a detrimento del ruolo dei Parlamenti europeo e nazionali.

Il punto debole: l’unione bancaria

Proprio la resilienza delle istanze dei governi rischia di compromettere l’area di sviluppo più promettente dell’Unione monetaria, ossia il completamento dell’Unione Bancaria attraverso la messa in opera di un efficace meccanismo di risoluzione. I 55 miliardi che il Fondo Unico di Risoluzione avrà a disposizione dal 2016 per effetto dei versamenti dei vari istituti bancari europei (pari all’1% dei depositi) non lo rendono strumento credibile di fronte ad una nuova crisi sistemica né di fronte alla prospettiva di un sistema di garanzia comune europea per i depositi bancari, la cui proposta potrebbe vedere la luce entro l’anno. La piena operatività del Fondo è attesa per il 2023 e per i sette anni mancanti la Commissione parla di “lavori in corso” per la definizione di un cuscinetto transitorio, con l’eventuale partecipazione del Meccanismo di Stabilità.

Lavori rallentati dall’ostilità di Berlino verso nuovi trasferimenti intra-europei, in particolare verso il meccanismo comune di garanzia, ma anche dal consistente ritardo accumulato da altri Stati nella trasposizione nazionale della direttiva BRRD che fornirà il quadro legislativo di applicazione del regime di bail-in per il salvataggio degli istituti in crisi, coinvolgendo azionisti e correntisti, fatta salva la garanzia per i depositi sino a 100mila euro. L’Italia si è da poco sottratta al rischio di rinvio alla Corte di Giustizia annunciando alla Commissione la piena applicazione della direttiva entro la fine di ottobre. Finiranno invece a Lussemburgo i casi di inadempimento per Polonia, Svezia, Repubblica Ceca, Lussemburgo, Romania e Paesi Bassi.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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