mercoledì , 21 febbraio 2018
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Il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy © Partido Popular de Cantabria - www.flickr.com, 2011

Spagna: torna la crescita, ma a quale prezzo?

Negli ultimi mesi l’ottimismo attorno all’economia spagnola è diventato virale. Il governo lancia proclami di speranza che farebbero impallidire persino Matteo Renzi: il Primo Ministro Mariano Rajoy – nonostante i continui scandali che funestano il suo Partito Popolare (l’ultima retata, dal nome evocativo “Punica”, ha fatto scattare le manette per alti notabili del partito, tra cui l’ex segretario di Madrid Francisco Granados) – è sempre in difficoltà nei sondaggi, ma nei consessi europei è tutta una rincorsa a congratularsi per la promettente ripresa spagnola favorita dai sacrifici del ceto medio. Sui giornali popolari tedeschi,  di solito non certo generosi di complimenti con i popoli latini, è in corso una luna di miele con la Spagna redenta sulla via dell’austerità.

I numeri sembrano dar ragione a coloro che esaltano il ritorno sulla retta via da parte di Madrid. Il PIL spagnolo è positivo da sei trimestri e per il 2015 è prevista un ottimo rialzo (+1,6%), le esportazioni vanno bene tanto da far volare l’industria dell’automobile, il sistema bancario iberico (fino a due anni fa in condizioni critiche) è uscito illeso dagli stress test recentemente condotti dalla Bce.

Tuttavia, additare la Spagna quale esempio di contrazione fiscale sarebbe sconsiderato: i numeri dicono una realtà ben diversa. Il 2014 si chiuderà infatti con un rapporto deficit/PIL al 5,8% e per il 2015 non si prevedono tagli radicali. Per essere chiari: la Spagna, a differenza dell’Italia, non si sta avviando verso il pareggio di bilancio, senza suscitare (almeno per ora) i patemi di Mr. Katainen e della Commissione, il che è molto strano. Il fatto che dalle parti di Madrid negli ultimi due anni si sia ottenuta una modesta ripresa del PIL in presenza di rapporto Deficit/PIL sopra al 5% forse non ha scalfito i poveri italiani nel perenne mirino delle istituzioni di sorveglianza, ma certamente ha colpito molto i francesi che li imiteranno nel prossimo biennio. Del resto, non si capisce perché mai uno Stato dovrebbe tagliare il deficit nel momento in cui i costi di rifinanziamento del debito statale sono i più bassi dai tempi della Rivoluzione francese.

image001Premesso quindi che Rajoy ha fatto ampio uso del deficit statale come volano per la crescita, bisogna pur ammettere che delle riforme sono state fatte. Le più importanti sono state due: la decentralizzazione della contrattazione nazionale e la maggior facilità di licenziamento. Tali misure hanno generato una svalutazione interna dei salari: i salari nominali dei lavoratori si abbassano a parità di ore lavorate, quindi la produttività media aumenta, di conseguenza i prodotti iberici diventano più competitivi sui mercati internazionali e l’incentivo ad importare diminuisce. La svalutazione interna, in regimi di cambi fissi, è l’unica alternativa alla svalutazione della moneta da parte della Banca centrale in regimi di cambi flessibili: si fa leva sulle esportazioni per mettere il turbo al PIL. C’è però una differenza sostanziale: la svalutazione interna per funzionare ha bisogno di salari fermi, di inflazione congelata a zero. Il risultato è un rischio massimo di deflazione, come mostra la figura accanto (fonte: IMF, World Economic Outlook).

Una ripresa in regime di deflazione o di lowflation è una vera ripresa? Su questo ci sono numerosi dubbi. L’evidenza ci direbbe che l’attuale ripresina economica non sta facendo nulla per alleviare la grandissima crisi sociale del Paese: le persone che vivono degli aiuti Caritas sono oltre un milione e le fila aumentano di giorno in giorno. Il segretario generale della Caritas Spagna ha recentemente detto: “sentiamo che la crisi è passata, che le banche stanno facendo bene, ma le persone comuni sono disperate”. L’aspetto forse più inquietante, assieme all’esercito di disoccupati (sempre tantissimi) e alla diseguaglianza che rialza la testa, è la risorgenza di un fenomeno quasi ottocentesco: una nuova generazione di lavoratori poveri, in particolare giovani operai o impiegati del settore turistico, che sono costretti a vivere con le famiglie d’origine o a fare una vita grama in qualche mansarda delle periferie delle città-fabbrica di Valladolid o Oviedo con salari “cinesi”.

La verità è che non esiste una via d’uscita semplice da un crisi profonda: la Spagna ha usato un mix anomalo tra politiche di deficit e austerity interna, il che è sempre meglio della pura austerity in cui anche lo Stato stringe i cordoni della spesa, ma gli economisti non sono in grado di dire se e quando finirà la crisi sociale.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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