Photo © Martin Abegglen, 2012, www.flickr.com

Trump e la Cina: verso un’epoca di turbolenza

L’elezione di Donald Trump quale Presidente degli Stati Uniti ha avuto effetti in tutto il globo: l’Unione Europea, la Russia, il Medio Oriente e l’area del Pacifico risentono infatti del vento di cambiamento che spira da Washington. Mentre nel Vecchio Continente abbondano però le analisi sulle eventuali conseguenze politiche che l’ascesa di Trump può comportare sui prossimi appuntamenti elettorali in Francia, Olanda e Germania, nell’area del Pacifico è la questione cinese a tener banco.

China Export

Trump, come ormai noto, ha usato toni poco concilianti verso la Cina durante la campagna elettorale. Il miliardario di New York ha a più riprese accusato Pechino di tenere artificialmente basso il valore dello yuan in modo da “invadere” i mercati esteri – e in particolare quello americano – con merci a basso costo.

Il PIL cinese è composto infatti, per più di un quarto, dalle esportazioni: il colosso asiatico, sin dall’entrata nel club del WTO (anno 2001, presidenza USA in mano a Clinton), ha riempito il globo di lavatrici, ceramiche, arredi, oggetti per la casa e – più recentemente – smartphone e personal computer. La marea cinese ha destato nelle opinioni pubbliche dei paesi “sommersi” un vivace dibattito tra “ottimisti” e “pessimisti”: i primi hanno da sempre sottolineato i vantaggi in termini di prezzo per i consumatori occidentali; i secondi hanno messo invece in evidenza il rischio di un’erosione continua della base produttiva locale a causa delle importazioni a basso costo.

Una campagna eloquente

Trump è entrato a gamba tesa in questo dibattito, arrivando a definire la Cina come una “stupratrice” dell’economia a stelle strisce. Il sentimento anti-cinese ribolliva in pentola già da tempo: perfino la presidenza Obama aveva dovuto prendere dei provvedimenti “protezionisti” per tamponare la marea d’acciaio cinese a basso prezzo (Pechino ha un’ingente produzione in eccesso nel campo dell’acciaio).

Da anni il Congresso discute su come arginare lo strapotere cinese nel campo della siderurgia e di alcune materie prime. Caso eclatante, ad esempio, è quello delle terre rare, utilizzate per le batterie della fiorente industria degli smartphone. Come in molti altri temi, Trump ha semplicemente “alzato il tiro” per convogliare i voti di coloro che vedono come una minaccia l’ascesa politico-economica del Paese di Xi Jinping.

Un falco al commercio

Proprio Xi, il “nuovo Mao”, ha incantato la platea danarosa del World Economic Forum di Davos, difendendo globalizzazione e apertura dei mercati. Una svolta inedita per il Paese noto al mondo per le collettivizzazioni forzate e il centralismo esasperato. È probabile però che la retorica di Xi non impressioni particolarmente “The Donald”: Trump, infatti, ha nominato Peter Navarro nel ruolo chiave di consigliere nazionale per il Commercio. Navarro è un economista conservatore noto per un pamphlet uscito nel 2011 dall’esplicativo titolo “Morire per mano della Cina”, in cui deplorava l’ingresso della Cina nel WTO definendolo “uno degli errori più grandi della storia americana”.

Uno dei giochi più divertenti, per analisti politici e non solo, sarà capire nei prossimi mesi quanto Trump si atterrà alle promesse elettorali. Se davvero il presidente (assistito dal “falco” Navarro) dovesse mettere Pechino nel mirino, il mondo potrebbe andare incontro a “tempi interessanti” che, nelle parole proprio di Mao, non erano proprio sinonimo di tempi di pace.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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