lunedì , 19 febbraio 2018
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Verso le elezioni europee 2014: il Portogallo e l’incubo austerity

Il Portogallo è tradizionalmente il Paese della malinconia, della saudade: chi è stato a Lisbona non può dimenticare le atmosfere decadenti, e vagamente bohèmiennes, del Bairro Alto o dell’Alfama. A partire dalle prossime elezioni europee però, il Paese lusitano rischia di diventare anche l’emblema della decadenza del progetto europeo, incagliato in politiche economiche controproducenti e dall’insipienza delle classi dirigenti. Alle prossime elezioni infatti, con gli “euroscettici” in crescita quasi ovunque, il Paese arriva senza aver superato la crisi economica che lo avvolge: c’è qualche timido segnale di “recovery”, ma la situazione macro-economica, e quella politica, sono molto preoccupanti.

Negli ultimi mesi l’export ha ripreso a correre e il mercato interno ha dato qualche segnale di risveglio, ma la rabbia contro l’esecutivo di Passos-Coelho non ha mai raggiunto livelli così alti. Non solo perché il Paese sta lentamente scivolando in uno scenario deflazionistico, dato l’inquietante segno “meno” che da ormai due trimestri precede l’indice dei prezzi. E nemmeno per la disoccupazione, che rimane alta al 15.6% di oggi, seppure in discesa dal 18% di nove mesi fa. Ciò che ha fatto inviperire l’opinione pubblica portoghese è stato senza dubbio il “Ces” (Contributo Straordinario di Solidarietà).

Provvedimento di inizio 2014, è stato necessario dopo che la Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittimo il taglio del 10% delle pensioni dei funzionari pubblici. Il governo si è visto costretto ad allargare la platea dei destinatari, prevedendo un taglio tra il 3,5% e il 10% per gli assegni mensili superiori ai 1.350 euroIl “mandante”? La troika, contro cui campeggiano enormi murales nelle periferie di Lisbona e Oporto. Questo nonostante il premier avesse richiesto, nel 2013, un ammorbidimento delle politiche di austerity, in particolare con riferimento al rapporto deficit/PIL.

Il Portogallo infatti, negli ultimi anni ha eseguito tutte le prescrizioni arrivate da Bruxelles e Francoforte, ma i risultati sono stati quelli descritti in precedenza: ripresa lentissima dovuta alla svalutazione dei salari. E non sufficiente per “ammorbidire” la “spietatezza contabile” della troika: senza riduzione del deficit, niente nuovi aiuti, di cui invece il Paese lusitano ancora necessita (fino al primo semestre 2014?).

La mannaia sulle pensioni ha peggiorato il clima già pesante creatosi attorno all’euro. Basti pensare che l’anno scorso il best-seller nelle librerie portoghesi è stato “Perché dovremmo lasciare l’Euro” dell’economista Joao Ferreira do Amaral, giunto alla settima ristampa. Sembrano passati secoli dalle elezioni europee del 2009: allora, nel disinteresse generale (affluenza appena al 36%), il partito socialdemocratico – che in Portogallo non è propriamente un partito di sinistra, semmai è paragonabile al Psi craxiano (tant’è che è affiliato al PPE) – dell’attuale premier Coelho vinse facilmente a scapito dei socialisti (affiliati al PSE) in calo, con un’ascesa invece da parte del Bloco de Esquerda (sinistra), che riuscì ad eleggere 3 parlamentari.

Nel prossimo maggio a Lisbona spetteranno 22 seggi, ripartiti con sistema proporzionale: un numero esiguo, ma la posta in palio è alta. Infatti, i socialdemocratici del governo (in coalizione con i popolari, anch’essi affiliati al PPE) dell’austerity rischiano una catastrofe elettorale: i sondaggi per ora disponibili li danno sotto il 20%, sulla scia dei disastrosi risultati ottenuti nelle ultime elezioni comunali, a settembre. I socialisti, all’opposizione, sembrano tenere, ma si prevede un vero boom dei partiti anti-austerity della sinistra radicale e degli altri movimenti “populisti”, tra cui il neonato “Che se ne vada la troika, nato durante le manifestazioni anti-austerity dello scorso autunno e che raccoglie crescenti consensi, specie su Internet e nei giovani disoccupati.

I movimenti della sinistra radicale non sono tuttavia “euroscettici” tout court: basti pensare che il Bloco de Esquerda è affiliato al gruppo della European Left, così come il Partido Comunista Português. L’obiettivo principale di questa formazione non è certo l’uscita dalla moneta unica, ma semmai la fine delle politiche di austerity. Tra i partiti prettamente euroscettici invece risaltano i nazionalisti del Partido Nacional Renovador, di estrema destraProbabile quindi una maggiore affluenza rispetto alle ultime elezioni europee, ma non sarà facile leggere questo dato come positivo: la gente andrà votare, ma contro l’euro o, più precisamente, contro l’attuale assetto dell’eurozona.

Nell’immagine, una manifestazione del dissenso anti-troika, durante le proteste del marzo 2013. Il cartello riporta la scritta “E il mio futuro?” (© Pedro Robero Simões, da www.flickr.com)

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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