giovedì , 16 agosto 2018
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Vola il fabbisogno del Tesoro italiano: oltre il deficit c’è di più

Con una nota serale, il 2 dicembre 2013 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato che nel mese di novembre il fabbisogno dello Stato italiano si è attestato a 7,2 miliardi di euro, in confronto ai 4,258 miliardi del medesimo mese del 2012. Ma cosa vuole dire fabbisogno? In pratica solo a novembre l’Italia ha speso per 7,2 miliardi in più rispetto a quanti ne abbia incassati tramite entrate correnti (principalmente con la tassazione). Oltre 7 miliardi prestati all’Italia dagli investitori attraverso l’acquisto di titoli del debito pubblico e sono finiti nel calderone degli oltre 2.060 miliardi di euro di debito che gravano sul Paese.

Nei primi 11 mesi del 2013 il fabbisogno statale ha toccato la mirabolante cifra di 94,8 miliardi di euro confronto ai 62,6 miliardi di fabbisogno cumulato a novembre del 2012. Tuttavia il Ministero ha affermato nella nota che “l’andamento del fabbisogno è in linea con gli obiettivi previsti per fine anno tenuto conto che il mese di dicembre si chiude generalmente con un consistente avanzo”.

Quello che il Ministero afferma è senz’altro corretto e chi vede nei 94,8 miliardi di deficit cumulato una minaccia per l’Italia riguardo un’eventuale nuova Procedura di Deficit Eccessivo (PDE) non deve preoccuparsi. Secondo i parametri di Maastricht, l’Italia è ancora sotto la rassicurante asticella del 3% del rapporto deficit/PIL, nonostante il calo di quest’ultimo, dal momento che parte del fabbisogno si è formato per rimborsare i debiti delle Pubbliche Amministrazioni, ricapitalizzare la BEI ed il Fondo Salva Stati. Ciò nondimeno, il livello raggiunto dal fabbisogno è assolutamente inquietante. Senza concentrarci sulle mere regole contabili, il fabbisogno cumulato è un debito reale che il Paese accumula e che un giorno dovrà rimborsare.

Secondo le ultime stime dell’ISTAT infatti il debito pubblico italiano sul PIL aumenterà nel 2013 fino al 132,9% rispetto al 127% del 2012. Un aumento di ben 5,9 punti percentuali in un solo anno. La situazione è pericolosa dal momento che oggi, in un periodo di politica monetaria globale espansiva, l’Italia può beneficiare di tassi sul debito relativamente contenuti. Nonostante ciò, se nei prossimi mesi sul nostro Paese dovesse nuovamente soffiare aria di tempesta finanziaria come nell’autunno del 2011, la situazione sarebbe ben più critica. Gli 86,7 miliardi di euro pagati dal nostro Paese nel 2012 solo per la spesa per interessi potrebbe velocemente lievitare al primo aumento dei tassi e l’Italia sarebbe costretta a varare nuove pesanti manovre.

Il problema è che la quasi totalità della classe politica italiana afferma che i parametri di Maastricht andrebbero interpretati in modi meno stringenti. Ma se già oggi l’Italia continua ad inanellare deficit enormi accumulando debito, ci si può chiedere provocatoriamente se non fosse meglio stringerli questi parametri. Una politica lungimirante dovrebbe aggredire deficit e debito e rilanciare la crescita per ridurre il peso di questi ultimi. Se si continua a programmare documenti di finanza pubblica settando il deficit di Maastricht al 3% per avere i conti in ordini in Europa, ma continuando ad accumulare fabbisogno fuori parametro, non si andrà lontano.

Con questo non si vuole affermare che l’Italia dovrebbe tagliare le spese eccedenti al 3% come le ricapitalizzazioni ai fondi europei ed i pagamenti dei debiti della PA. Al contrario, con tagli mirati della spesa improduttiva, si dovrebbe cercare di far rientrare tali spese complessivamente sotto l’asticella europea. E se da un lato si cerca di ridare la giusta forza alle politiche di gestione del deficit, occorrerebbe iniziare a ridurre lo stock di debito con un piano serio di dismissioni e privatizzazioni, ben più ambizioso di quello da 12 miliardi ipotizzato nel biennio 2013-2014.

L’Italia deve presentarsi all’Europa come un Paese dignitoso ed impegnato nel risanamento e non come il maestro dell’ordinaria amministrazione e del rinvio delle riforme strutturali. E deve presentarsi con la stessa correttezza ai suoi cittadini ed alle sue imprese, promettendo un serio programma di taglio del cuneo fiscale che non pesi sul debito pubblico, ma sia finanziato dai proventi della spending review e della lotta all’evasione. Avviando e rendendo permanente l’ipotetico fondo che dovrebbe destinare tali risorse al taglio delle tasse sul lavoro.

In foto: il Presidente del Consiglio Enrico Letta e il Ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni (© Palazzo Chigi)

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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