venerdì , 24 novembre 2017
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Photo @ Bruno Kussler Marques, 2012, www.flickr.com

Volkswagen: la strategia dopo il Dieselgate

Volkswagen ha vissuto gli ultimi due anni (2015 e 2016) sulle montagne russe: la crisi innescata dallo scandalo “Dieselgate” ha provocato un terremoto societario, oltre che un danno d’immagine di cui la casa tedesca paga ancora le conseguenze. Le vendite infatti, specialmente negli Stati Uniti, hanno subito un lento ma costante calo da quando si è scoperto che i livelli di emissioni di CO2 dichiarati erano sistematicamente più bassi di quelli reali.

Tagli

La consapevolezza del “non essere perfetti” ha determinato un alone di incertezza intorno alla società tedesca: mai prima d’ora uno scandalo aveva messo in dubbio l’eccellenza germanica e incrinato la fiducia nel Made in Germany, tanto più in un campo – come quello ambientale – dove Berlino è da sempre impegnata al 100%. La “truffa” ingegnata dal marchio automobilistico tedesco più noto al mondo è stata indubbiamente un elemento importante del processo di spaesamento generale che l’Occidente sta vivendo negli ultimi tempi.

Il danno alla reputazione, pur grave, rischia però di passare in secondo piano di fronte all’emergenza di un taglio occupazionale senza precedenti: circa trentaduemila dipendenti potrebbero infatti perdere il proprio posto entro il 2020 (la stragrande maggioranza costretti al pre-pensionamento). La notizia, diffusa nell’ottobre scorso, ha gettato nello sconforto la città di Wolfsburg, capitale del regno Volkswagen: una metropoli da sempre abituata ad attirare centinaia di migliaia di lavoratori da tutta Europa, che ora si vede associata per la prima volta a una drastica sforbiciata di posti di lavoro.

Automazione

A rendere (drammaticamente) interessante la svolta di Wolfsburg è il fatto che si assiste in diretta all’automazione dei processi di produzione. Infatti, pur essendo lo scandalo-emissioni una concausa, in verità questi lavoratori dovranno cercarsi una nuova occupazione per un semplice motivo: sono stati resi “inutili” dalla tecnologia, dal procedere del progresso all’interno delle fabbriche, dall’epopea dell’industria 4.0. In quel processo di costruzione-decostruzione che, secondo Schumpeter, è l’essenza stessa del capitalismo, si assiste da almeno due decenni al trionfo del capitale tecnologico: sempre più macchine, più algoritmi, più robotica, sempre meno teste e braccia umane.

Il processo è globale: interessa tanto gli Stati Uniti quanto l’Europa, tanto la Cina quanto il Giappone. Ovunque, e tanto più con tassi di interesse bassi o nulli, i capitalisti preferiscono investire nelle macchine piuttosto che in capitale umano. L’automazione, con le sue ricadute sociali, è anche foriera di cambiamenti politici: uno dei principali “venti” che ha spirato impetuoso sulla candidatura di Donald Trump è stata proprio la perdita secca di posti di lavoro nelle fabbriche del Wisconsin o dell’Ohio: un vuoto causato non solo dalle famigerate delocalizzazioni, ma anche dal fatto che molti lavoratori sono stati resi superflui da robot e computer.

Conseguenze

Ancora non sono prevedibili gli effetti in un Paese come la Germania, di certo non funestato da problemi occupazionali. Sicuramente, a livello psicologico l’effetto sarà ingente, poiché appunto combinato con la già precaria “popolarità” di VW. Il problema vero, però, rischia di essere lo stesso già registrato in Gran Bretagna e Stati Uniti: vale a dire, la percezione della “classe popolare” – ancora innervata su un sostrato operaio – di non contare più nulla, di essere in balìa di un processo di automazione che rischia di renderla davvero sorpassata e inutile. Un cocktail che, unito alla disillusione politica endemica e alla generale mancanza di fiducia nel futuro, potrebbe far sobbalzare anche le menti più assopite.

Molto del futuro politico della Germania – che andrà al voto politico nel settembre 2017 – dipenderà da come la politica tratterà le conseguenze dell’automazione, che è divenuto uno dei tanti e giganteschi problemi del secolo (affiancato dal riscaldamento globale e dalle emigrazioni). Se gli “invisibili”, i “dimenticati” tedeschi si affiancheranno a quelli britannici e americani (e anche italiani) le conseguenze sul voto saranno difficilmente pronosticabili.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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