venerdì , 17 agosto 2018
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Cade il governo Letta. L’Europa con il fiato sospeso

La crisi di governo in Italia è realtà: i ministri appartenenti al Popolo delle Libertà (PDL) hanno infatti rassegnato le dimissioni – come dichiarato dal vice presidente del Consiglio Angelino Alfano – al termine della diatriba sul rinvio dell’aumento dell’IVA al 1 gennaio 2014, che ha definitivamente rotto le larghe intese già rese sempre più esili dalla querelle sul futuro politico di Silvio Berlusconi seguita alla condanna nel processo Mediaset.

Il Consiglio dei Ministri di ieri sera avrebbe dovuto portare ad un accordo sul decreto che avrebbe rimandato di tre mesi l’aumento dell’IVA al 22%, tramite l’applicazione di 2 centesimi di accise per litro di benzina e l’aumento al 103% degli acconti Ires e Irap. Ma al vertice il governo arrivava già spaccato: con Letta indignato dalla minaccia di dimissioni pervenuta dal PDL e deciso ad ottenere una verifica di governo, i due partiti di maggioranza si sono ritrovati avversari nella difficile impresa di assegnare alla parte opposta la responsabilità di un aumento delle tasse rinviato – particolarità italiana – con l’incremento di altre imposte.

Malgrado le dimissioni dei propri ministri mettano la parola fine ad un esecutivo nato con obiettivi di “salvezza nazionale”, il PDL continua a fregiarsi del titolo di partner responsabile dell’ormai ex coalizione di governo; lo fa con i presidenti dei senatori e deputati Schifani e Brunetta ma l’operazione ha il marchio inconfondibile di Berlusconi. La teatrale fuoriuscita dalla coalizione con il PD è in fin dei conti la migliore uscita di scena possibile per il Popolo delle Libertà, sottratto dal proprio padre fondatore “alla complicità con la vessazione nuovamente perpetrata dalla sinistra ai danni degli italiani” ma al tempo stesso sacrificato sull’altare dell’ultima battaglia elettorale che il Cavaliere (o chi per lui) combatterà sotto le effige della rinata Forza Italia. L’ultima lotta contro “il partito giustizialista e tuttotasse”.

La patata bollente è ora nelle mani di Enrico Letta: indiscrezioni da Palazzo Chigi indicano che lunedì il premier si presenterà alle Camere per chiedere la fiducia prima di rimettere il proprio mandato nelle mani di Giorgio Napolitano, con cui Letta ha intrattenuto già nel pomeriggio una telefonata dai contenuti ancora ignoti. Il Partito Democratico rimane spiazzato: martedì l’IVA scatterà al 22% e il rischio che la responsabilità dell’inazione di governo cada sul partito del premier è alto. Con Matteo Renzi che accende i motori in vista di un voto che forse nemmeno lui poteva immaginare (o sperare) così vicino, il segretario Guglielmo Epifani parla di “atto di irresponsabilità inaudita da parte del PDL” ma c’è già chi, come il viceministro all’Economia Stefano Fassina, propone la ricerca di una nuova maggioranza per evitare che “la prossima finanziaria la scriva la troika”.

Già, la legge di stabilità: in quel CdM che ieri sera ha di fatto aperto la campagna elettorale, a molti dei presenti deve essere sfuggito il quadro di scadenze, quantomeno arcigne, che attendono il Paese nei prossimi mesi. Il 15 ottobre il governo, come gli altri 27 dell’UE, dovrà presentare alla Commissione Europea una bozza di legge finanziaria, in cui presumibilmente l’Italia dovrà presentare piani per evitare l’innalzamento del deficit oltre il 3% del PIL. Nel 2014, in ottemperanza al Six Pack approvato nell’autunno 2011, il Paese dovrà inoltre avviare il piano di taglio del debito pubblico per quasi 45 miliardi di euro (1/20 del totale all’anno) e, a partire da giugno, guiderà il semestre della presidenza di turno del Consiglio UE.

Il governo Letta si era ripromesso di arrivare indenne sino a quell’appuntamento, centrale nella gestione della governance economica e del coordinamento delle politiche per la crescita a livello comunitario. Invece, ancora una volta, lo sfascio della politica interna condanna il ruolo internazionale dell’Italia e, soprattutto, pianta una nuova spina nel fianco di un’Europa che a poco a poco cercava di rialzarsi dalla recessione. Lo spettro dell’instabilità politica in Italia è stato peraltro confutato anche dal rapporto pubblicato ieri del Fondo Monetario Internazionale, relativamente alla possibilità che l’Italia torni a perdere la fiducia dei mercati e veda nuovamente accrescersi la pressione sul proprio debito. Già si vocifera di un taglio del rating da parte di Standard&Poors.

Ma oggi è sabato, i mercati sono chiusi. Fiato sospeso, allora. Sino a lunedì.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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