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Matteo Renzi e Angela Merkel nel corso del Consiglio Europeo @ Council of the European Union - 2014

Consiglio europeo, Renzi apre il palazzo ma non chiude la finanziaria

Coerenza, prima di tutto. Perché si può decidere di salutare uno o più lustri al servizio dell’Unione Europea sbottando al di fuori di ogni tempo massimo, come Manuel Barroso. Oppure, si opta per l’accomodante approccio democristiano di Herman Van Rompuy, che pensa bene di dare l’arrivederci a Justus Lipsius dedicando il primo pensiero ad Angela Merkel. Lei che ne ha ridimensionato il ruolo di Mister Europa a mero rifinitore di compromessi più o meno favorevoli alla Cancelliera.

Cambio della guardia quindi ai vertici dell’UE, in coincidenza di un Consiglio europeo in cui la vera protagonista è stata la Commissione. Un ruolo legittimo, se non fosse per gli scatoloni che si ammassano negli uffici del Berlaymont, con l’attuale collegio ormai in dismissione in attesa dell’arrivo dei nuovi inquilini a partire dal 1 novembre. Un protagonismo costruito ai margini di un summit caduto proprio pochi giorni dopo la presentazione delle leggi di stabilità da parte degli Stati membri e per questo oscurato dalla spasmodica attesa per le missive che la DG ECFIN avrebbe dovuto inviare ad alcune capitali per commentarne il contenuto.

E all’improvviso fu #openeuropa: in una rapida successione di eventi, la “richiesta di informazioni” che Jyrki Katainen – che al Berlaymont rimarrà anche nei prossimi cinque anni – ha inviato al ministro Pier Carlo Padoan finisce sul sito del MEF, Manuel Barroso si risveglia dal torpore in cui era immerso dal dopo elezioni per ribadire che i  “documenti riservati” non si pubblicano così a cuor leggero, chiarendo tra le righe che lui, a fare la parte del “mediterraneo fannullone”, non ci sta. Come dire: cittadini portoghesi, in futuro potrete fidarvi di me. A Renzi non par vero, il presidente uscente gli alza la palla mostrando il lato oscuro della burocrazia europea e lui schiaccia, con l’annuncio a sensazione: “opendata anche a Bruxelles, basta le lettere segrete”. Potrebbero servire “1 o 2” miliardi aggiuntivi nella manovra, dice ancora Renzi, ma “in una manovra da 36 li troviamo anche domattina”.

Già, volete non trovarli ? A chi ha dimestichezza con spending review – che in finanziaria dovrebbe portare 15 miliardi di tagli ancora non ben identificati – e ricerca di coperture in Italia potrà sembrare affermazione azzardata, ma da Roma intanto anche Napolitano fa sponda al premier: “non c’è crescita e ancora si discute dello 0,1%”. Già, perché Francia e Italia alla Commissione chiedono di poter sforare gli obiettivi di aggiustamento strutturale in funzione di un contesto economico particolarmente sfavorevole, secondo la clausola contemplata dal Patto di Stabilità. Il passaggio in Consiglio Europeo sarebbe dovuto servire a Renzi per trovare consenso nel rosicchiare qualche decimale ma il fervido ottimismo ancora mostrato a metà della due giorni bruxellese pare affievolirsi in conclusione di lavori.

Dal summit si esce senza un accordo sulle finanziarie: anzi, Renzi scarica la palla alle noiose discussioni tecniche, a quella tecnocrazia e burocrazia che solo 48 ore prima avrebbe voluto oscurare a colpi di opendata. I 3,4 miliardi di cuscinetto accantonati da Padoan nella legge di stabilità permetteranno probabilmente di trovare margine sui dibattuti decimali ma in tema di politica economica il Consiglio Europeo si ferma al già noto: prese di coscienza sulla difficile situazione del lavoro e invito ad accelerare riforme. Certo, i 28 leader europei confermano il consenso al piano di investimenti da 300 miliardi proposto dalla Commissione Juncker, ma per riempirlo di contenuti si rimanda ad una Task Force che coinvolga l’expertise della BEI.

Per di più, non si è fatto in tempo ad applaudire l’accordo su clima ed energia in chiave 2030 – che chiude la diatriba franco-spagnola sulle interconnessioni energetiche, con Madrid ansiosa di portare oltre i Pirenei il surplus casalingo di elettricità – che già sul vertice pioveva un’altra tegola, ancora dalla Commissione. Il ricalcolo dei PIL dei Paesi membri in base nuovi criteri statistici, secondo i tecnici a dodici stelle, comporterebbe infatti la rimodulazione dei contributi nazionali al bilancio UE: una bolletta da 2,1 miliardi per il Regno Unito, quasi 700 per i Paesi Bassi e 340 per l’Italia, mentre Parigi e Berlino si ritroveranno in cassa rispettivamente 1 miliardo e 700 milioni. Quanto basta per portare Cameron a gridare allo scandalo e solleticare ulteriore euroscetticismo.

Ma anche per far proclamare a Renzi, dopo iniziale reazione irata, che la si risolverà con una discussione di tecnici. Coerenza, prima di tutto.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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