martedì , 21 agosto 2018
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Decreto pagamenti arretrati: l’Italia sfida l’austerity ?

Il tanto sospirato decreto legge che sblocca il pagamento dei debiti commerciali scaduti della pubblica amministrazione italiana nei confronti delle imprese è finalmente realtà. Il provvedimento è stato da più parti salutato come la più importante manovra di rilancio dell’economia dell’ultimo decennio – facendo peraltro passare per eccezionale il pagamento di legittimi crediti di migliaia di imprese italiane – parlando di una “boccata d’ossigeno per le imprese” fornita dallo strangolatore.

La Banca d’Italia aveva quantificato questo stock di debito in circa 91 miliardi di euro (debiti non scaduti inclusi), di cui circa la metà annidato nella sanità. Una situazione dagli effetti devastanti: anni di crisi hanno prostrato un’economia già non brillante e portato una quantità inaccettabile di imprenditori a dover chiudere i battenti a causa delle difficoltà ad onorare a loro volta i propri obblighi. E’ questa la ragione più strillata dell’urgenza del provvedimento governativo, ma ve ne sono altre che giustificano una deroga alle ormai palesemente scellerate politiche di austerity. Innanzitutto, gli endemici pagamenti pubblici a singhiozzo hanno indotto i fornitori della p.a. ad incorporare i ritardi nei prezzi dei loro beni e servizi innestando un circolo vizioso che porta al continuo aumentare dell’indebitamento. Secondariamente, il procrastinare i pagamento dovuti (in media i ritardi son passati da 59 giorni del 2009 ai 100 attuali) ha un notevole impatto distorsivo sull’intera supply chain, che vede prodursi un tutt’altro che auspicabile effetto domino. La struttura finanziaria delle imprese creditrici, infine, finisce per indebolirsi, con un’impennata della domanda di credito a scapito della capacità d’investimento. Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 6 aprile scorso arriva dunque travestito da “salvatore della patria” con in dote complessivi 40 miliardi di euro da erogare nell’arco dei prossimo dodici mesi. In aggiunta, si prevede l’inevitabile allentamento del Patto di stabilità interno degli enti locali, misura necessaria ma inutile qualora gli enti si ritrovino già con le casse vuote. Non solo, nel decreto si fa poi anche cenno all’istituzione nel bilancio dello Stato di un unico Fondo – con dotazione di 26 miliardi di euro – per il pagamento dei debiti delle Regioni, Province e Comuni.

 “Il tutto senza sforare il vincolo del 3% imposto dal Patto di stabilità e crescita che potrebbe mettere a rischio l’Italia di sanzioni europee”. Così recita il provvedimento dell’esecutivo. Al decreto infatti s’accompagna una serie di misure precauzionali per non superare il limite del 2.9% imposto da un Paese che non è stato il baluardo delle politiche virtuose di contenimento del debito pubblico e che ora ha il terrore di esser tacciato di irresponsabilità contabile. A settembre prossimo è previsto un monitoraggio che consentirà al ministro dell’Economia di rimodulare le spese per scongiurare lo sforamento di detta soglia. Tali preoccupazioni scaturiscono dalle indicazioni emerse dal Consiglio europeo del 14 marzo scorso. Più recentemente – giovedì e venerdì scorso – anche il commissario europeo per gli affari economici e monetari Olli Rehn aveva affermato che il provvedimento non potesse trasformarsi in un “assegno in bianco”, ricordando al governo italiano gli impegni presi per la sostenibilità delle finanze pubbliche. Tesi che il vicepresidente della Commissione ha mantenuto ferma anche ieri dopo l’incontro con il ministro dell’Economia Vittorio Grilli.

Difficile biasimarlo, poiché si stima che il debito pubblico italiano schizzerà al 130% nel 2014. Effettivamente non lascerebbe tranquillo nessuno uno Stato che ha gestito in modo quantomeno allegro le proprie finanze per decenni e che finalmente aveva mostrato segni tangibili della propria volontà di mettersi “in regola” prima di lasciarsi andare ad un provvedimento che da solo avrà un effetto dello 0.5% sul deficit. Vale tuttavia la pena ricordare che ci troviamo di fronte ad un decreto fondamentale per il sistema economico del Paese, cercando di rivolgere le attenzioni alle ragioni che hanno portato a 91 miliardi di euro di debiti con i fornitori. In Italia si abusa ormai da anni dello strumento del decreto legge senza che vi siano i necessari criteri di necessità ed urgenza che la Costituzione pretende. I costituzionalisti più rigidi storceranno il naso, ma, date le circostanze attuali (vacanza di un esecutivo forte, Parlamento in stallo e Capo dello Stato in scadenza, condite da una crisi economica feroce) forse non v’era nulla di più necessario ed urgente. Più che tecnici austeri, l’Italia (come l’Europa) ha bisogno di medici pronti ad usare il defibrillatore per far ripartire il cuore dell’economia piuttosto che ad accanirsi con il bisturi.

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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