martedì , 14 agosto 2018
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Europa e Stati Uniti: friends will be friends

Friends will be friends, cantavano i Queen nel 1986. Gli amici saranno amici, nonostante tutto. L’alleanza tra Europa occidentale e Stati Uniti d’America dura ormai da settant’anni e ha plasmato il mondo così come lo conosciamo. La fine della Guerra Fredda e il collasso del nemico comune non hanno sancito la fine dell’amicizia euro-americana profetizzata da molti, ma esteso i confini dell’Occidente e fatto della globalizzazione un fenomeno nuovamente planetario. La storie delle relazioni euro atlantiche è piena di diffidenza, divisioni e contrasti: niente di tutto questo, però, ha finora compromesso un’alleanza da molti ritenuta indispensabile, da alcuni perfino “inevitabile”.

Unione Europea e Stati Uniti sono rimasti alleati anche a fronte della grande divisione dei primi anni 2000 sulla stessa natura dell’ordine internazionale. L’unilateralismo interventista di George W. Bush, le spaccature in seno all’Europa e i distinguo sui principi alla base delle relazioni internazionali hanno rappresentato una rottura radicale rispetto al sostanziale consensus multilateralista del dopoguerra occidentale. E infatti l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca sembrava aver confermato il carattere parentetico della svolta revisionista americana e riallacciato i legami tra UE e Stati Uniti. Per lo meno fino a quando l’onda lunga della crisi finanziaria globale ha iniziato a incrinare i rapporti tra l’amministrazione democratica e l’Europa.

Nell’ultimo Rapporto semestrale sulla manipolazione delle valute, il Dipartimento del Tesoro americano ha attaccato duramente la Germania e, tramite essa, la politica economica europea ispirata da Berlino. Il Rapporto accusa la Germania e il suo surplus commerciale di essere i responsabili della debolezza economica dell’eurozona e di molti squilibri macroeconomici globali. Berlino ha risposto con stizza, difesa con forza da Bruxelles. Le ragioni del duro intervento americano sulla politica europea sono presto dette: la politica economica europea, accettata a malincuore da molti Paesi europei, è incentrata sull’applicazione di riforme strutturali finalizzate ad aumentare la competitività economica e a ridurre spesa pubblica e indebitamento. Non è un caso che l’intera UE abbia fatto segnare nel 2012 un significativo surplus commerciale, aumentato del-l’1,6% nel 2013. Un’Europa più competitiva sui mercati globali e meno ricettiva delle esportazioni americane non può certo piacere a Washington.

Parallelamente alle vicissitudini della crisi dell’euro e all’incerta reazione dell’UE, Obama ha risposto alla crisi economica in modo assai più keynesiano. Il salvataggio dei grandi istituti finanziari e dell’industria automobilistica, nonché gli interventi in sostegno di altri settori importanti dell’economia, sono stati a carico dei contribuenti. Interventi quali sgravi fiscali e l’estensione del welfare pubblico (basti pensare alla difficoltosa implementazione dell’Oba-macare per quanto riguarda il sistema sanitario) hanno contribuito alla ripresa della domanda interna. L’economia è tornata a crescere, ma il deficit ha sfondato il 10% del PIL negli anni più bui della recessione, portando il debito nazionale alla cifra record dei 18 trilioni di dollari. Come mette in luce Antonio Scarazzini, la sostenibilità delle finanze pubbliche americane è messa in seria discussione.

La Federal Reserve ha finora sostenuto le spese e il debito del governo federale con il ricorso a massicci quantitative easing, ovvero acquisti di debito pubblico da parte della banca centrale. La politica monetaria attuata dalla FED è quanto di più accomodante un governo possa desiderare per godere dei vantaggi della spesa senza pagarne i costi – quantomeno nel brevissimo periodo. Fabio Cassanelli offre nelle prossime pagine un quadro complessivo delle differenze esistenti tra la politica monetaria della FED, impegnata a fianco del governo nella lotta alla disoccupazione, e quella della Banca Centrale Europea, legata all’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quest’ultima è scesa in campo in difesa dell’euro in modo risolutivo con la presidenza di Mario Draghi e un sistema di decisione federale, ovvero a maggioranza, che marginalizza l’oltranzismo della Bundesbank tedesca. Nel medio-lungo periodo, però, politiche monetarie che oggi sembrano convergenti, non potranno che allontanarsi ancora di più l’una dall’altra. Ben più dello scandalo Datagate, è questa sostanziale divergenza di prospettive di politica economica ad allontanare le sponde dell’Atlantico.

Non aiuta inoltre il fatto che la figura del Presidente Obama, come spiega Luca Barana, sia stata grandemente equivocata in Europa da governi e opinioni pubbliche. Un tema come quello della lotta al cambiamento climatico, per esempio, è stato portato avanti assai meno efficacemente di quanto l’UE si sarebbe aspettata dall’amministrazione democratica. Gli Stati Uniti, ricorda Tullia Penna, continuano a perseguire un paradigma ambientalista assai diverso da quello europeo. Attraverso il fracking e lo sfruttamento degli shale gas, gli Stati Uniti sono arrivati a un passo dalla “pace dei sensi” dell’indipendenza energetica. Ben diversa, ancora una volta, è la situazione dell’Europa. Fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, l’UE continua a guardare a Nord Africa e Medio Oriente, ma anche all’area eurasiatica, mostrando massima sensibilità per il tema della stabilità. Il progressivo ritiro militare e politico degli Stati Uniti dalla regione, dettato dal taglio dei costi, dal pivot to Asia e dal crescente disinteresse strategico, non lavora certo nella direzione auspicata dall’UE e dai suoi Stati membri.

Un vero riavvicinamento tra Stati Uniti e UE potrà arrivare quindi attraverso un ritrovato dinamismo economico e una spinta rinnovata all’integrazione delle due aree. In quest’ottica riveste un’importanza decisiva il negoziato sul Transatlantic Trade and Investment Partnership ancora alle battute iniziali. L’accordo UE-USA – come spiega Shannon Little – potrà portare enormi benefici agli operatori economici di entrambe le sponde dell’Atlantico, a patto di risultare abbastanza ambizioso da mettere in secondo piano le resistenze di numerose singole categorie. Non da ultimi gli agricoltori che, come sottolinea Mauro Loi, non vedrebbero di buon occhio cambiamenti significativi nelle politiche di sussidio (PAC e Farm Bill) alla propria attività economica.

Più della politica può dunque l’economia. Non è certo un caso che la crisi economica abbia finito per scuotere le fondamenta dell’alleanza atlantica ben più delle divisioni sul tema della guerra e della pace. Il collante della comunità occidentale era e resta la condivisione di un nucleo di valori, la preferenza per il libero mercato e una stretta integrazione economica.

Gli interessi di breve termine possono apparire divergenti. Probabilmente lo sono. È però dal rilancio dell’alleanza euro-americana che l’Occidente potrà trovare la forza di rilanciarsi in un contesto di crescente competizione globale. Guardando a un orizzonte temporale più adatto a cogliere le dinamiche politiche ed economiche in corso, gli amici non potranno che essere ancora amici: nel mondo interpolare di domani l’alleanza tra Europa e America resterà inevitabile per promuovere gli interessi e i valori dei cittadini americani e di quelli europei. Di fronte a un sistema internazionale in trasformazione, a un’economia globale debole che sembra doversi riassestare su baricentri lontani dall’Oceano Atlantico, non c’è distinguo politico che tenga: occorre rilanciare l’alleanza UE-USA per ridare centralità politica ed economica alla comunità occidentale. Ne va del futuro di Stati Uniti e UE, ma anche di quello dell’economia e della governance globale.

Online il numero 7 di Europae, dal titolo “Alleanza inevitabile ? L’America del debito, l’Europa del rigore”

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In questo numero:

Europa e Stati Uniti: friends will be friends di Davide D’Urso

– Alleati o concorrenti ? I nuovi squilibri dell’alleanza atlantica di Antonio Scarazzini

– Le convergenze parallele di BCE e Federal Reserve di Fabio Cassanelli

– I negoziati commerciali UE-USA e la forza dell’Occidente di Shannon Little

– Il liberismo del TTIP e l’interventismo di FAC e Farm Bill  di Mauro Loi

– L’UE, gli USA e l’energia: prove tecniche di capitalismo a impatto zero di Tullia Penna

– Come e perché l’Europa ha frainteso Barack Obama di Luca Barana

In foto il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Cancelliere federale tedesco Angela Merkel insieme a Berlino lo scorso giugno (© Bundesregierung)

 

L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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