domenica , 18 febbraio 2018
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Francia à la guerre contro l’austerità: l’ultimo fallimento di Hollande

“Nulla deve farci deviare dai nostri impegni a realizzare 50 miliardi di risparmi di bilancio su tre anni: bisogna sapere gestire l’evoluzione della spesa pubblica.” Potrebbe sembrare la frase perfetta per uno qualsiasi dei leader dei Paesi della fascia dell’austerità, e invece no. A pronunciare queste parole di fronte all’Assemblea Nazionale, fu il premier francese Manuel Valls non più tardi di un paio di settimane orsono. Solo ieri, invece, il ministro dell’Economia Michel Sapin ritrattava repentinamente il piano di contenimento del deficit di bilancio pubblico concordato con Bruxelles, rimandando al 2017 il rientro entro il 3% del PIL, inizialmente previsto già per il 2014, secondo un cammino che lo porterà dal 4,4% di quest’anno al 2,8% a fine triennio.

Non che la coerenza sia la dote più riconosciuta a qualsivoglia classe politica, ma l’annuncio francese ha un che di singolare: la nomina a premier di Valls, tra i più quotati pupilli del socialismo europeo, è stata l’ultima carta di Francois Hollande per tentare il rilancio del forse peggior governo della Quinta Repubblica, nato sotto le insegne del “changement” ma proseguito senza energie nel contrasto alla cronica perdita di competitività del Paese, con un costo del lavoro nel manifatturiero cresciuto dal 2005 tra il 4,1% e il 6,3% a seconda che lo si confronti con il resto dell’eurozona o i Paesi extra-UE.

Giunti a pochi giorni dal termine per la presentazione delle leggi di bilancio alla Commissione Europea, Parigi pare dimenticarsi degli impegni di contenimento della spesa (ormai sopra il 57% del PIL), preferendo un’estensione della politica fiscale espansiva e rimandando provvedimenti quali il taglio del cuneo fiscale e la detassazione dei bassi redditi. Soprattutto, mascherando i sostanziali fallimenti della politica economica hollandiana da simboli della lotta all’austerità.

In due anni di governo, Monsieur Le President non ha aggiunto al suo curriculum alcun progresso che rendesse credibile a Bruxelles e a Berlino una via di non solo rigore per la crescita. Poco o nulla è stato fatto contro la disoccupazione, ora all’11%, che molto ha a che fare con un mercato del lavoro reso viscoso da forti logiche corporative, le stesse che hanno portato alla levata di scudi contro l’acquisizione di Alstom da parte di General Electric.

La gravità dell’azione francese aumenta se riferita al contesto europeo: anziché compattare un gruppo di Paesi attorno ad una soluzione condivisa – ad esempio, un dettagliato piano di applicazione per gli investimenti da 300 miliardi promessi da Jean Claude Juncker – Parigi disattende liberamente, anziché forzare per modificarle, le norme di Maastricht, perdendo ogni credibilità per denunciare altri Paesi membri che, come la Germania con il suo surplus di partite correnti, continuano a perpetrare lo squilibrio macroeconomico dell’eurozona. Se anche il secondo motore dell’integrazione può permettersi un simile fuorigiri, chi può assicurare che non vi sarà effetto emulazione anche negli altri Paesi ancora sotto procedura d’infrazione ?

La Francia offre così  ad Angela Merkel un’arma in più per continuare a stigmatizzare l’inaffidibilità dei Paesi mediterranei, svilendo anche lo sforzo di risanamento compiuto dall’Italia, e forzare la mano sui “compiti a casa”, su cui la Cancelliera è subito tornata ad insistere a stretto giro di posta dopo l’annuncio francese. Subito messo alla prova anche l’ex ministro delle finanze e nuovo Commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici, che si è subito smarcato dall’amor di patria ribadendo che la Commissione procederà con la procedura d’infrazione nei confronti della Francia.

Cade dunque nel vuoto l’appello di Mario Draghi per le riforme strutturali, che più di un dogma ideologico rappresentano la condizione per depurare i canali di trasmissione della politica monetaria: oggi nel direttivo che si terrà a Napoli la BCE fisserà i criteri per l’acquisto di mutui e prestiti da impacchettare nei cosiddetti Asset Backed Securities ma la politica europea ha ancora dimostrato di non saper farsi carico delle riforme complementari.

Con Renzi impegnato contro i sindacati nell’ennesima simbolica battaglia della rottamazione, la sinistra europea si ritrova così con le armi spuntate di fronte alla Germania, sempre più solone dell’austerità. Il non dibattito tra rigore e crescita, con il primo che da prerequisito per la seconda è divenuto opzione unica per assenza di alternative, continua ad alimentarsi.
Che dire se non Merci Francois ?

In foto, il ministro delle Finanze Michel Sapin (foto Council of the European Union – 2014)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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