giovedì , 22 febbraio 2018
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Gas Marshall Plan: il ritorno dello Zio Sam

“I want you”, il dito dello Zio Sam rivolto verso il lettore chiamava alle armi i giovani d’America. Era il 1917, gli Stati Uniti si apprestavano ad uscire dalla neutralità e dall’isolazionismo che sino a quel momento li aveva confinati ad un ruolo di potenza prevalentemente regionale. Il primo di due interventi che contribuirono definitivamente a scalzare la supremazia economica e militare europea. Della nuova superpotenza globale, da allora, gli europei non seppero più fare a meno.

E in breve tempo gli Stati Uniti hanno compreso che erano loro ad essere dall’altra parte del dito puntato, dall’altro lato dell’I want you: se pure l’affrancamento dall’area del dollaro è divenuto realtà grazie ad un’integrazione economica – comunque favorita dalla succitata coperta – che ha saputo trasformarsi in un’unione monetaria, l’Europa è rimasto il più vulnerabile dei continenti, costretto a procedere con passo claudicante nel campo minato che è il mondo post ‘89.

Incerto e zoppicante senza la stampella atlantica, il Vecchio Continente non ha ancora compreso come garantire sicurezza ai 500 milioni di suoi cittadini senza tirare per la giacchetta questo o quell’inquilino della Casa Bianca. Inquilini pavidi e svogliati di quel condominio chiamato Unione Europea, i governi europei hanno osservato dal loro balcone le zuffe più o meno gravi che si scatenavano proprio lì, nel cortile di casa, decidendosi ad intervenire sempre con colpevole ritardo e modalità perlomeno scoordinate.

Subappaltare agli Stati Uniti la garanzia di sicurezza sul suolo europeo: un gioco che ha permesso di bypassare l’unificazione delle politiche estere e di difesa continentali, ma solo fino a quando non è parso chiaro a tutti che il pivot to Asia messo in moto dall’amministrazione Obama avrebbe ristretto, non eliminato, l’ombrello difensivo americano.

Libia e Siria, ultime tappe crescenti di un disimpegno americano dal Medioriente, hanno decretato l’immagine dell’egemone riluttante; la crisi Ucraina ha definitivamente sdoganato quella del gendarme disattento, reo di aver lasciato agire indisturbato il Putin monello di turno. Eppure, anziché studiare contromisure e alternative autenticamente europee, in cuor suo ogni leader nazionale ha sperato ancora nella calata americana, nel solito intervento da game changer.

La calata che infine è arrivata: nel 1947 George Marshall aiutò a cementare l’Occidente, inondando l’Europa di capitali per sottrarla alla minaccia sovietica, oggi, di fronte a rigurgiti autoritari, il pur non spavaldo Barack Obama ricompatta il fronte europeo promettendo gas made in Usa, abbondante e a poco prezzo, per rompere le sbarre della gabbia dei gasdotti di marca putiniana.

Capitali russi continuano a fluire a Roma, Londra e Berlino ma, se erano rassicurazioni quelle volute dai (presunti) leader d’Europa, gli Stati Uniti non sono ancora pronti ad abbandonare il campo. Un tempo dollari ed euromissili, ora droni, gas e TTIP: l’egemonia (presunta) a stelle e strisce cambia i suoi strumenti ma continua ad affascinare gli europei. In fondo, dopo i tradimenti e gli insulti (Fuck you Europe, ricordate ?), tutto quello che cercavano era solo un pegno d’amore.

Leggi l’editoriale all’interno del nuovo numero di Europae

Numero 9 - Copertina

Nell’immagine, pittura murale ad Amsterdam (© Kodia, www.flickr.com)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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One comment

  1. Applausi ad Obama (ma con una mano sola)
    https://www.youtube.com/watch?v=mVFrdWIs2LI

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