domenica , 18 febbraio 2018
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Il gigante silenzioso

La scelta di una nuova veste grafica per questa pubblicazione mensile coincise con l’ampliamento dell’offerta editoriale, passando dalla monografia ad un indice più vario e approfondito. I fatti che si avvicendano rapidamente ai confini d’Europa richiedono, almeno per questo numero, un ritorno alle origini, un momento di riflessione esclusivamente dedicato al velo di violenza sceso sul vicinato europeo e mediorientale ed alle debolezze e reticenze della dimensione esterna dell’azione dell’Unione Europea.

La risposta del Vecchio Continente all’escalation bellica che ha coinvolto in serie Siria, Ucraina, Libia, Palestina e Iraq deve infatti sollevare più di un ripensamento tanto sulle soluzioni contingenti ai conflitti che vanno via via ad emergere, quanto sull’immagine e sul ruolo che l’Europa ha inteso e intende costruirsi all’interno del panorama internazionale. Se pure il balbettante Obama si è deciso ad autorizzare bombardamenti in Iraq per frenare l’avanzata dei fondamentalisti islamici, l’Europa sembra paurosamente regredita ad uno stato di inerzia e mutismo. Un’Europa frenata da interessi costituiti e velleità politiche nazionali che trova nell’appello al dialogo e nella condanna ufficiale comodi strumenti diplomatici per mascherare la propria inconcludenza.

I vent’anni di politiche di incentivazione economica a favore dei Paesi confinanti hanno determinato a consolidare la strada della condizionalità e del soft power civile come stella polare dell’azione esterna europea; una strada che, dagli anni dell’ultimo allargamento ad Est, ha perso progressivamente il suo fascino per i Paesi orientali e, nell’area del Mediterraneo, ha brutalmente fallito nel garantire la transizione democratica dopo la sparizione dei poteri che avevano pressato un vulcano di disagio sociale sotto un tappeto di apparente stabilità. Con la coscienza “torbida” per aver lasciato che le singole capitali coltivassero legami azzardati con vicini scomodi (la Russia di Putin, la Libia di Gheddafi, l’Egitto di Mubarak), oggi l’Ue recede dal suo obbligo di  ergersi a garante della sicurezza almeno per i territori a sé più prossimi – il Mediterraneo, l’Europa orientale e il Medioriente.

Di fronte al riemergere di scenari di guerra ai propri confini, alla sfacciata manifestazione dell’ hard power da parte di una potenza come la Russia, l’Europa si ritrova incapace di concepire a sua volta un utilizzo di strumenti strategici e militari in chiave deterrente. Per iniziare a mostrare i loro effetti, le sanzioni alle entità russe coinvolte nel sostegno alla ribellione dell’Est Ucraina hanno dovuto attendere la morte di 300 innocenti passeggeri del Boeing malese.

Anche l’interpretazione del concetto di interesse nazionale appare alquanto miope: l’unione energetica ha mosso i primi passi solo dopo l’illegale annessione della Crimea da parte della Russia mentre in materia di immigrazione si preferisce il rimpallo di responsabilità tra Stati senza immaginare un ruolo di stabilizzazione per l’Ue nella Libia massacrata dagli scontri tribali. Pavida e goffa, l’Europa che guarda in silenzio bruciare il suo vicinato ricorda tanto quella che si lasciò infettare dal virus della crisi finanziaria. E, questa volta, non esiste un siero “Mario Draghi”.

Leggi l’editoriale all’interno del nuovo numero di Europae

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Photo © Ceridwen, 2006, www.flickr.com

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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