giovedì , 16 agosto 2018
18comix

Iniziamo a parlare di Europa

Determinati a promuovere il progresso economico e sociale dei loro popoli, nel contesto della realizzazione del mercato interno e del rafforzamento della coesione e della protezione dell’ambiente, nonché ad attuare politiche volte a garantire che i progressi compiuti sulla via dell’integrazione economica si accompagnino a paralleli progressi in altri settori

Trattato di Maastricht

Questa l’Europa unita nata a Maastricht. L’Europa che unisce i popoli prima della politica, in cui il progresso economico è funzione di una coesione ben più ambiziosa. A ventuno anni dalla firma del Trattato sulle rive della Mosa, l’Unione Europea è entrata più che mai nella vita quotidiana dei suoi cittadini. Le decisioni assunte a Bruxelles dalle istituzioni europee condizionano le scelte nazionali in ambito economico, sociale, politico. Pare una banalità, ma il fatto che i cittadini europei diano per scontata la presenza dell’UE, ha generato e rischia di acuire un forte cinismo nei confronti di questa iniziativa che, urge ricordarlo, è senza precedenti nella storia.

Il progetto contenuto in quelle poche righe di premessa ha oggi un volto differente: con buona pace di chi si ostina a vedere solo la metà vuota del bicchiere, in gran parte esso si è compiuto ampliandosi oltre quei limiti già ambiziosi, grazie ad una moneta unica, a frontiere aperte e ad una solidarietà – troppo spesso ignorata – espressa dai fondi per lo sviluppo e che ha reso l’Europa un modello al di fuori dei suoi confini e un colosso economico e commerciale che rende ancora possibile ai suoi 27 Stati membri di lottare e competere sui mercati mondiali.

Spesso, tuttavia, tali mutamenti sono avvenuti sulle spalle troppo strette di classi politiche nazionali talora timide, ora incapaci, se non indisponibili, a sobbarcarne il peso ed a slegarsi da logiche elettorali e di breve periodo. Le istituzioni europee si sono troppo spesso riscoperte timide, inadatte a imporre le ragioni collettive su quelle nazionali. Queste logiche hanno raggiunto un loro drammatico apice con la crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona, che altro non è se non la manifestazione di quanto ancora sia lunga la strada per completare l’Unione. Una strada impervia, che è parsa crollare di fronte al rischio di dissolvimento della moneta unica. Eppure, com’è sempre successo nella sua storia, l’Europa ha tenuto: istituzioni comunitarie, intergovernative e indipendenti come la BCE hanno messo in campo una risposta sofferta ma alla fine efficace e, una volta ancora, l’UE ha tenuto. Nonostante i passi avanti, però, è ancora facile imputare all’Unione di non essere abbastanza democratica. Di non essere un attore politico. Di rendere i cittadini simili a pedine mossi da burocrati senz’anima. Di modificare – in peggio, si suppone – il rapporto di legittimità fra popoli e istituzioni. Non solo ‘Bruxelles’ è divenuto il capro espiatorio di molte delle politiche di austerità promosse a livello nazionale, ma sempre di più riecheggia la retorica della divisione, il Nord contro il Sud, debitori contro creditori, Germania contro Grecia, Italia, Spagna. Questo populismo e questa demagogia non sono la soluzione ai problemi dell’Europa, né potrà esserlo un’Unione sorda alle critiche.

Se si vuole che il cittadino senta l’Europa come propria patria, complementare e non esclusiva rispetto a quella nazionale, è necessario che l’Unione Europea, le sue istituzioni, le sue politiche, entrino nella coscienza civica degli Europei. E non esiste coscienza libera senza informazione. Creare consapevolezza nei cittadini europei dell’operato dell’Unione rappresenta il primo e forse decisivo passo verso una maggiore democraticità dei processi politici a livello europeo. Ricordare il ruolo storico dell’Unione, superare le divisioni populistiche dell’oggi e promuovere una visione comune dell’Europa è la nostra sfida, la sfida di Europae.

I giovani europei di oggi sono tra loro molto più vicini di quanto non lo fossero cinquant’anni fa, ma va scongiurato il rischio che nelle nuove generazioni si perda il ricordo di guerre e divisioni che gli Stati europei hanno condiviso per secoli. L’ultimo grande conflitto intra-europeo appare un fantasma evanescente agli occhi di molti giovani, che ne hanno conosciuto gli svolgimenti solo sui libri di scuola. I rischi che si perda la memoria e quindi si dimentichi la vera ragione alla base dell’esistenza dell’Europa unita, ovvero la pace, si sono manifestati clamorosamente in occasione della consegna del premio Nobel all’Unione Europea.

Il progetto di Europae punta a generare una nuova consapevolezza dell’UE, del suo ruolo, della sua azione quotidiana per la vita di ciascuno e anche dei suoi difetti, quelli veri. Si tratta di argomenti sui quali crediamo manchi un’informazione seria, continua e approfondita. Vogliamo iniziare questa sfida a partire dal nostro paese, l’Italia, che può vantare una tradizione europeista invidiabile, ma che sembra aver dimenticato il proprio contributo passato e ora pare guardare sempre di più all’Europa come a qualcosa di esterno e perfino di nemico. Il nostro obiettivo, con una rivista che possa raggiungere tutti, dagli scettici agli entusiasti, dagli addetti ai lavori al pubblico più vasto, è ricordare a tutti che l’Unione Europea è nostra. Che è il nostro progetto comune da preservare, criticare e se possibile da rilanciare. Perché l’Europa di oggi è quello che ne hanno fatto gli Stati, ma in futuro sarà quello che ne faranno i suoi cittadini.

Per questo, da oggi, ricominciamo a parlare di Europa.

Check Also

#LoStatoDellUnione, prima puntata: istituzioni e volti dell’Ue

Chi comanda in Europa? Comincia dal quesito principe il percorso de “Lo Stato dell’Unione“, il …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *